OSHO RAJNEESH

 

   Un mistico spiritualmente scorretto

 

tratto dalla rivista "Osho Times"

 

~ § ~

 

 

“Così tante persone mi hanno chiesto di scrivere la mia autobiografia.

È molto difficile, perché la persona della quale dovrei scrivere non sono io.

Qualsiasi cosa io sia adesso non ha storia.

Non c’è storia dopo quella esplosione di consapevolezza,

non ci sono più eventi.

Tutti gli eventi erano prima dell’esplosione. Dopo c’è solo il vuoto.

Qualunque cosa esistesse prima non sono io, non mi appartiene più.”

 


   Rajneesh Chandra Mohan nacque l’11 dicembre 1931 a Kuchwada, un villaggio del Madhya Pradesh (India), dove vivevano i suoi nonni; primogenito in una famiglia diventata poi numerosa - sei fratelli e cinque sorelle. La famiglia era di tradizione giainista, una comunità austera ma ricca. Il padre aveva un negozio di stoffe e vestiti nella vicina città di Gadarwara, un vivace centro commerciale per tutta la regione.

   La sua nascita rivelò subito segni insoliti, che più tardi vennero messi a fuoco da Osho stesso. Come ricorda la madre, Saraswati: “Per tre giorni non prese il latte. Io ero preoccupatissima, ma non sapevo cosa fare. Mia madre mi era vicina e si prese cura del piccolo. Lo nutrì con acqua, e mi disse di non preoccuparmi. Il quarto giorno, dopo che mia madre gli fece un bel bagno, il piccolo iniziò a lasciarsi allattare. In quei tre giorni non mostrò alcun segno di denutrizione, rimase sempre sano e quieto.”

   Fu Osho a spiegare il segreto di questa circostanza insolita, e a spingere molti suoi discepoli a chiedersi quante volte in passato l’avessero conosciuto, quante volte avesse già toccato le loro vite, e in che modo avesse già modellato i loro destini. Non ci si può chiedere perché quest’uomo, nei secoli, amò viaggiare su molti sentieri di conoscenza, senza mai fissarsi su uno in particolare, ma appare chiaro che per molte volte si avvicinò al termine del suo viaggio, solo per voltare le spalle e ributtarsi a capofitto nella ricerca di altri antichi sentieri o di nuove vie appena tracciate.

   Qualcosa di più preciso si conosce sull’incarnazione che precedette questa: si dice che fosse nato tra alte montagne e che creò una scuola mistica di discepoli, venuti a lui da diverse tradizioni, dopo aver viaggiato su molti sentieri, salendo fino a lui dalle epoche e dai tempi che egli aveva attraversato. Insieme lavorarono come una famiglia e il maestro rimase con loro fino all’età di centosei anni, anno in cui morì.

“Settecento anni fa, nella mia vita precedente, esisteva una pratica spirituale che durava ventun giorni, e che doveva essere compiuta prima della morte. Io avrei dovuto lasciare il corpo dopo un digiuno completo di ventun giorni. Ma non riuscii a completare quei ventun giorni, perché tre giorni prima venni ucciso, e quella pratica di digiuno dovette essere completata in questa incarnazione. Quell’uccisione si rivelò utilissima. Nel momento in cui morii rimanevano ancora tre giorni per la mia realizzazione finale. E i miei sforzi per raggiungere l’illuminazione in quella vita hanno avuto successo solo in questa: ho realizzato dopo ventun anni ciò che sarebbe stato possibile realizzare in quegli ultimi tre giorni. Per ognuno dei tre giorni di quella vita, sono dovuti passare sette anni di questa. Se quel velo si fosse sollevato, mi sarei potuto reincarnare una sola volta. Invece così posso rinascere ancora una volta. Ma questo avverrà solo se avrò la sensazione che sia di qualche utilità. Nel corso di questa vita mi sforzerò di scoprire se un’ulteriore rinascita possa risultare utile, in caso contrario il gioco è finito. In ogni modo quell’omicidio si è rivelato molto utile e prezioso”.

   Dopo settecento anni, e dopo aver ultimato il suo viaggio, egli ha preso a richiamare a sé la sua gente, come un pescatore che ritiri le reti a sera. Essi hanno risposto da ogni parte del mondo alla sua chiamata, attratti verso il centro che li rende uniti, per fondersi nella comunità che si stava formando. È la storia del Buddhafield nato intorno a Osho.

   Ma per una volta ancora vogliamo poter diluire i fatti in pagine fitte, e lo vogliamo fare prima che lui possa intervenire e spiegare che, nell’oceano, le avventure di una goccia d’acqua diventano insignificanti, lontane, nulle: “Ora l’intero oceano è mio, non sono più una persona ma una presenza. Il risveglio di un’anima è un cataclisma così sconvolgente che dopo il suo passaggio, quando si riaprono gli occhi, si scopre che tutto è andato perduto.”

   Osho fin da bambino mostrò una profonda sete di verità; in particolare fu sempre attratto dal mistero della morte. E la morte sembrò un punto fermo nella sua vita. “L’astrologo doveva fare la mia kundali, la mia carta natale, la studiò e disse che l’avrebbe fatta solo dopo sette anni, in quanto sembrava impossibile che io potessi sopravvivere oltre quel periodo, e così era assolutamente inutile scrivere il kundali ora.”

   Anche altri dissero che sarebbe morto all’età di sette anni, o che comunque ogni sette anni avrebbe incontrato la morte, in forme drammatiche e sconvolgenti, e che all’età di ventun anni sarebbe inevitabilmente morto. Le previsioni, che ovviamente preoccuparono molto i genitori, furono riconosciute esatte da Osho stesso, anche se lui le interpretò in un senso diverso da quello comune.

   A sette anni, morì per lui il mondo degli affetti, raccolti idealmente dal bambino nella figura del nonno, da lui amato con l’intero essere: “All’età di sette anni ebbi una profonda esperienza della morte. Non mia, ma di mio nonno. Il mio attaccamento a lui era così profondo che sembrò essere la mia stessa morte. La lenta agonia, e poi la morte, si impressero profondamente nella mia memoria. Era la persona che amavo di più al mondo. Era il mio unico oggetto d’amore, ed è forse a causa della sua morte che da allora non sono più riuscito ad attaccarmi così profondamente a nessun altro. Da allora sono rimasto sempre solo. La solitudine divenne la mia natura. La morte del nonno mi liberò per sempre da ogni relazione. La sua morte divenne per me la morte di ogni attaccamento. Ogni volta che cominciavo ad attaccarmi a qualcuno, sentivo che questa persona prima o poi sarebbe morta. Quando una persona diventa chiaramente consapevole dell’ineluttabilità della morte, la possibilità di attaccarsi a qualcosa diminuisce: in altre parole, i nostri attaccamenti si basano sulla dimenticanza della morte. Per me l’amore si associò invariabilmente alla morte. Ciò significa che non riuscivo ad amare senza diventare immediatamente consapevole della morte. Poteva esserci amicizia, poteva esserci compassione, ma non riuscivo più a infatuarmi di qualcosa. Di conseguenza non mi sono mai fatto coinvolgere dalla follia della vita. La morte mi mostrò i suoi occhi prima che entrassi con forza nella vita. Da quel giorno la consapevolezza che la vita è inseparabile dalla morte mi ha accompagnato passo passo, senza abbandonarmi un istante. Da allora vivo con gli altri, ma sia che mi trovi in mezzo a una folla o nella società, con un amico o con un parente, sono sempre solo. Niente mi tocca più, rimango sempre impassibile, imperturbato.”

   Quella solitudine allontanò l’altro come punto di riferimento, e spinse il piccolo Mohan a cercare un incontro con se stesso: La causa dell’infelicità risiede nel nostro attaccarci agli altri, nelle aspettative che abbiamo nei loro confronti, nella speranza che siano gli altri a darci la felicità. Di fatto nessuno ti ha mai reso felice, tuttavia questa speranza persiste, non muore mai. La mia prima esperienza dell'altro fu una tale delusione che mi fece passare la voglia di riprovarci. E da allora non fui più infelice. Cominciai ad avvertire un nuovo tipo di felicità, che non proviene affatto dagli altri. La felicità non può mai arrivare dagli altri, quello che si crea è solo la speranza di una felicità futura, solo l’ombra della felicità. Succede esattamente il contrario quando incontriamo noi stessi per la prima volta. Quando incontriamo il nostro essere, all’inizio c’è un senso di infelicità, ma man mano che il processo continua ci si trova in uno stato di autentica felicità. Nell’incontrare gli altri invece c’è felicità all’inizio, ma si finisce con l’essere infelici. E così, per me, l’essere improvvisamente lasciati da soli, abbandonati è l’inizio della ricerca spirituale. Le circostanze non fanno alcuna differenza. La vita ci fornisce molte occasioni di ritornare a focalizzarci su noi stessi. Ma più siamo abili, più diventiamo veloci a “salvarci” da una simile opportunità. In quei momenti fuggiamo da noi stessi. Se muore mia moglie, mi metto subito a cercare un’altra donna da sposare. Se perdo un amico, me ne cerco un altro. Non posso lasciare alcun vuoto. Riempiendo quel vuoto, l’opportunità che avevo di ritornare a me stesso è persa in un attimo, insieme al suo immenso potenziale. Se mi fossi interessato all’altro, avrei perso l’opportunità di questo viaggio verso la mia essenza. Per gli altri divenni una specie di straniero. Di solito è a questa tenera età che cominciamo ad avere relazioni con gli altri. Questa è l’età in cui siamo introdotti, per così dire, nella società che ci vuole assorbire. Ma io non fui mai iniziato alla società. Non poteva proprio accadere. Ogni volta che mi sono avvicinato alla società, l’ho fatto in quanto individuo, rimanendone separato e avulso.”

   Un bambino simile non si trovò a proprio agio a scuola, né ci volle andare prima dei nove anni, rifiutandosi di interrompere le sue esperienze. Ma non riuscì a stabilire un contatto con quel mondo ottuso e per nulla creativo. Né le materie insegnate gli apparivano di qualche valore, in quanto nulla sembrava aiutare la sua ricerca interiore. “Mi chiedevo sempre come mai si dovessero imparare a memoria stupidi nomi di persone che avevano compiuto azioni così orribili. Mi sembrava una punizione, e non capivo perché dovessimo essere puniti fino a quel punto. Per cui non ero mai presente alle lezioni di storia. Né studiavo lingue e letteratura: non mi hanno mai interessato. Fin dall’inizio il mio interesse è sempre stato come trascendere la mente. E la storia, la geografia, la matematica, la letteratura, non potevano essermi d’aiuto. Erano cose inutili. Tutto il mio essere si muoveva verso una direzione completamente diversa.

   In quegli anni Mohan amava di più sviluppare la fantasia. Era famoso per i suoi racconti improvvisati, in particolare per l’abilità con cui costruiva racconti polizieschi. Anche i suoi dipinti, le sue poesie, e le sue fotografie, erano molto apprezzati. A dodici anni divenne editore di una rivista scritta a mano da lui (la sua calligrafia era un poema in sé): Prayas, che significa sforzo. Nell’ambiente scolastico divenne un magnete che attirò gli altri ragazzi: tutti lo riconobbero come loro leader, e insieme formarono una banda pronta a tuffarsi in ogni tipo di esperienza. E con un capo come Mohan i rischi e l’avventura non mancarono mai.

   A quei tempi nessuno avrebbe mai creduto che uno scavezzacollo simile potesse diventare un maestro illuminato, né di certo il paese apprezzava quel gruppo di ragazzi in cui si mischiavano bambini di ogni casta e religione che, con la loro stessa presenza, colpivano le rigide tradizioni di separazione che ancor oggi caratterizzano qualsiasi villaggio o cittadina indiana. Agli occhi di tutti Rajneesh era un ribelle, e i suoi scherzi colpivano quasi sempre nel segno e lasciavano le povere vittime con un palmo di naso... infatti, non si trattava mai di vere e proprie cattiverie, bensì di colpi dati all’immagine che la vittima aveva di se stessa, con astuzia e sottile intelligenza. Lo scherzo della moneta incollata per terra di fronte al negozio di qualcuno conosciuto per la sua avarizia, oppure l’organizzare un esercizio di dizione di fronte allo studio di un medico, utilizzando il lungo elenco di qualifiche appeso fuori dalla porta, sono due classici di Mohan, e illustrano l’intenzione di fondo di mettere alla berlina non tanto la persona quanto la personalità.

   Anche il padre non ebbe vita facile: “Da bambino portavo i capelli lunghi, e passavo spesso per il negozio di mio padre. La casa era proprio dietro il negozio e così non potevo evitarlo. I clienti chiedevano: «Di chi è questa bambina? » perché non potevano immaginare che un ragazzo avesse capelli così lunghi. Mio padre, molto imbarazzato, doveva spiegar loro che ero un bambino. Al che rispondevano: «E allora perché tutti quei capelli?». Un giorno – doveva essere veramente fuori di sé, non si era mai comportato in questo modo – divenne così imbarazzato e arrabbiato che mi tagliò i capelli con le sue mani, usando le forbici che usava in negozio per tagliare i tessuti. Io non dissi nulla – con sua grande sorpresa. Mi chiese: «Non hai niente da dire?».

«Mi esprimerò a modo mio» risposi.

«Che vuoi dire? ».

«Vedrai, vedrai». E andai dal mio amico oppiomane che aveva un negozio di barbiere proprio di fronte a casa mia. Io amavo quel vecchio. Era veramente una persona rara, e mi amava, passavamo ore a chiacchierare fra di noi, anche se quello che diceva erano tutte storie senza senso. E così andai da lui e gli chiesi di rasarmi totalmente la testa. In India ci si rasa completamente la testa solo quando muore il padre. Mi rasò tutta la testa e io tornai a casa, passando per il negozio. Mio padre mi guardò e tutti i suoi clienti mi videro. E cominciarono a chiedere: «Cosa è successo? Di chi è figlio questo ragazzo? È morto suo padre.» Mio padre rispose: «È mio figlio e io sono vivo! Lo sapevo che ne avrebbe combinata una delle sue. Mi ha risposto veramente bene.» Dovunque andassi mi chiedevano: «Cosa è successo? Di salute stava bene.» Quella fu l’ultima cosa che mio padre lo fece, perché sapeva che le mie risposte sarebbero potute essere davvero pericolose!”

   Per gli amici aveva sempre in serbo qualcosa di sorprendente: “La notte ci portava sotto un costone che cadeva a precipizio nel fiume e ci invitava a scalarlo, per poi farci camminare in equilibrio sulla cima Noi eravamo terrorizzati a morte, e sapevamo che era sua intenzione farci sperimentare l’assenza di paura, spingendoci a essere più attenti, più consapevoli, all’erta.” In seguito egli spiegò che solo in quegli istanti di totale intensità, quando la vita di una persona è messa in gioco, è possibile avere un punto di partenza nella ricerca dell’assoluto.

“Pochissimi mi seguivano, ma tutti ebbero esperienze meravigliose. Tornando mi dicevano: «È strano, la mente si è fermata!» Poi li portavo al ponte della ferrovia perché saltassero nel fiume. Era pericoloso, era proibito! Il ponte era altissimo, e prima di toccare l’acqua passavano alcuni secondi in cui la mente all’improvviso si fermava. Quelle esperienze mi diedero le prime intuizioni sulla meditazione; fu allora che iniziai a chiedermi come fosse possibile produrre quegli spazi di vuoto senza dover scalare montagne, buttarsi nel fiume in piena, oppure tuffarsi dal ponte; come era possibile entrare in quella dimensione semplicemente chiudendo gli occhi?”

   Il rischio dava lucidità e approfondiva il rapporto del giovane Mohan con la morte, provocando di conseguenza un diverso approccio alla vita. “Nei fiumi, in particolare nella stagione delle piogge, si creano molti mulinelli, veri vortici che travolgono. Se vieni preso dentro, l’acqua ti trascina verso il fondo, e più scendi, più il vortice diventa forte. La tendenza naturale dell’ego è ovviamente di lottare, perché si ha l’impressione di morire e l’ego ha una paura folle della morte. L’ego lotta contro il vortice e in questo caso non si ha alcuna possibilità di salvezza: si è persi nella corrente. Ma il mulinello d’acqua funziona così: in superficie è molto grande, più scendi e più si restringe e acquista potenza. E sul fondo è così piccolo che puoi uscirne senza dover lottare. Ma devi aspettare di raggiungere il fondo: se lotti in superficie, non potrai salvarti. Io ho provato diversi di questi mulinelli d’acqua, e un’esperienza entusiasmante.”

   All’approssimarsi del quattordicesimo anno i genitori si videro confermata la precedente previsione astrologica, e Mohan non li tranquillizzò affatto quando disse loro che sarebbe andato a incontrare la morte, visto che sembrava inevitabile, nel luogo che più le era congeniale: il luogo di cremazione. Era questa un’altra meta fissa della sua ricerca: amava seguire tutti i funerali, scrutava a fondo i cadaveri prima che venissero bruciati, restava poi per ore seduto vicino alla pira funeraria. L’interesse per la morte non nascondeva nessuna patologia, tutt’altro. Forse il ragazzo cercava una risposta alle domande che tutti ci poniamo: è vero che possiamo esistere anche quando il corpo diventa cadavere? Qual è il fondamento della vita?

   Alle esequie di un uomo che tutti conoscevano come un saggio, avvenne qualcosa che dissolse i suoi dubbi: i presenti videro il ragazzo scoppiare a ridere; inorridirono per la sua insensibilità, e lo scacciarono. Solo più tardi il ragazzo poté spiegare al padre come avesse percepito l’intensa felicità del morto – il quale era riuscito a librarsi sopra la morte fisica, libero quindi da tutto ciò che essa nasconde – Mohan ricorda di essere stato contagiato da questa risata, e la serietà e l’inutile dolore delle altre persone avevano solo sottolineato la comicità della scena. Ovviamente fu preso per matto, in quanto nessuno credette che fosse possibile morire ridendo.

“All’età di quattordici anni di nuovo la mia famiglia si preoccupò per la mia eventuale morte. Sopravvissi, ma affrontai di nuovo la morte consciamente. Dissi loro: «Se deve arrivare la morte, così come ha detto l’astrologo, è meglio essere preparati. E perché lasciarle qualche possibilità? Perché non andare a incontrarla a metà strada? Se devo morire, meglio farlo con consapevolezza. » Chiesi un permesso di sette giorni dalla scuola. Andai dal preside e gli dissi: «Sto per morire.» Mi rispose «Che assurdità vai dicendo? Vuoi suicidarti?» Gli mostrai le previsioni degli astrologi, in cui era detto ciò che mi sarebbe successo ogni sette anni. «Per cui voglio ritirarmi per sette giorni in attesa della morte. Se verrà è meglio incontrarla consapevolmente in modo che diventi un’esperienza.» Raggiunsi un tempio poco fuori dal villaggio, e mi accordai col prete perché non mi disturbasse. Era un tempio molto antico, isolato, in rovina. Nessuno passava mai di lì. Dissi al prete: «Resterò nel tempio per sette giorni. Mi basta che tu mi porti qualcosa da bere e da mangiare una volta al giorno, e per tutto il tempo me ne resterò sdraiato lì dentro.» Quella settimana divenne una esperienza splendida. La morte non arrivò, ma io cercai in ogni modo di morire. Ebbi sensazioni strane, sconvolgenti, mi accaddero cose inconsuete, ma la nota fondamentale era questa: se hai la sensazione di morire, diventi assolutamente calmo e silenzioso. Non ti preoccupa più nulla, perché tutte le preoccupazioni si riferiscono alla vita. La vita è il fondamento di ogni preoccupazione. Quando stai per morire le preoccupazioni cadono. Un giorno, mentre ero sdraiato nel tempio, era il terzo o il quarto giorno, entrò un serpente. Lo vidi e non provai paura. Pensai: «Se la morte si sta avvicinando, potrebbe essere portata dal serpente; perché averne paura?» Aspettai. Il serpente mi passò sul corpo e se ne andò. La paura era scomparsa.

   Se si accetta la morte, non vi è più paura. Se ti aggrappi alla vita, sussiste ogni sorta di paura. In ogni momento del giorno ero circondato dalle mosche. Continuavano ad assalirmi. A volte mi irritavano e avrei voluto scacciarle, ma poi pensavo: «Perché mai? Prima o poi morirò; allora nessuno sarà più presente a proteggere il corpo. Lasciamole in pace!» Quando decisi di lasciarle in pace, l’irritazione scomparve. Mi stavano ancora addosso, ma io non me ne preoccupavo. Era come se camminassero, ronzassero, sul corpo di qualcun altro. Immediatamente mi ritrovai distaccato. Se si accetta la morte, si crea subito una distanza: la vita si allontana, con tutte le sue preoccupazioni, con le sue irritazioni, tutto si allontana. In un certo senso morii, ma riconobbi che esisteva qualcosa non soggetto alla morte. Se si accetta la morte totalmente, se ne diventa consapevoli. Ovviamente un giorno morirò, ma questa previsione astrologica mi aiutò moltissimo a diventare consapevole della morte in tenera età. Ho potuto meditare costantemente sulla sua venuta e accettarla coscientemente.”

   Questa comprensione determinò la direzione della ricerca del giovane Rajneesh nei sette anni successivi, durante i quali il dubbio divenne l’unico elemento di confronto col mondo. “Sia che studiassi la Gita, il Corano, la Bibbia, o che studiassi Buddha o Mahavir, quell’istinto di dubbio mi seguiva sempre. Non accadde mai che ponessi Krishna un po’ sopra agli altri dei e uccidessi così ogni mio dubbio. Il dubbio mi seguiva sempre, e pertanto non insorse mai in me alcun fanatismo, alcuna cecità, nessuna forma di devozione o fideismo per una religione in particolare. E alla fine rimasi libero da qualsiasi conclusione, colmo di domande, interrogativi e dubbi. Non esisteva alcuna risposta definitiva. Tutte le risposte appartenevano agli altri, e io non riuscivo a fidarmi delle risposte di nessuno. E quelle risposte portavano come unico risultato la creazione in me di dieci nuove domande. Per la prima volta mi trovai in una situazione pericolosa, perché vivere senza uno scopo comportava una totale insicurezza. Non ero neppure certo di ciò che si trovava davanti al mio naso, perché lo potevo venire a sapere solo tramite qualcun altro. Si può essere sicuri del sentiero già percorso, ma solo attraverso gli altri si può conoscere qualcosa sulla strada che ancora ci attende. Pertanto per me non vi era nessun sentiero preciso: tutto era oscuro. Ogni passo era compiuto nell’oscurità, senza meta e senza certezza alcuna.”

   Rajneesh divorava intere biblioteche alla ricerca della risposta, di una risposta qualsiasi, assorbendo una cultura eclettica, dalla politica alla filosofia, dalla religione ai romanzi gialli. Leggeva fino a notte fonda, insaziabile, per poi confrontarsi durante il giorno con chiunque incontrasse: preti, insegnanti, studiosi, e tutti uscivano irritati da questi dibattiti che gettarono i semi della successiva fama di ribelle spirituale del giovane. In questo stesso periodo studiò il sonno, andando a dormire nelle ore più strane; digiunava seguendo metodi inconsueti; meditava per ore sulle sponde del fiume, oppure sperimentava i metodi della tradizione hindu, pratiche esoteriche basate sul controllo del respiro, sulla magia e la telecinesi, trovandosi a vivere esperienze sconvolgenti. Sul piano sociale non mancò di interessarsi al socialismo e al comunismo, rivelando apertamente di essere un ateo pronto a criticare qualsiasi pratica religiosa, e riunendo intorno a sé parecchi seguaci.

“Non ho mai saputo che tutti questi eventi costituissero una ricerca spirituale. Solo più tardi riconobbi che le mie esperienze potevano essere definite conoscenza spirituale. La verità è che quanti mi hanno conosciuto durante l’infanzia non avrebbero mai creduto che io e la religione ci saremmo mai incontrati. Andava aldilà di qualsiasi loro aspettativa perché ho sempre lottato contro tutto ciò che essi definivano o conoscevano come religione. Ciò che per loro era devozione per me era una assurdità pura e semplice. Ciò che essi definivano come sannyasin per me era una persona che sfuggiva la realtà. Ciò che chiamavano testi sacri, i libri a cui si inchinavano pregando, per me erano libri comuni che potevo usare come poggiapiedi. Tutto ciò che essi asserivano essere aldilà di qualsiasi possibilità di dubbio, veniva da me trascinato nell’incertezza e nel dubbio. Il loro dio, la loro anima e la loro salvezza erano per me tutti motivi di scherzo e di divertimento. Quando li vedevo seduti a mani giunte, scoppiavo a ridere e li disturbavo. Tutto questo mi appariva molto infantile e a loro volta quelle persone non avrebbero mai immaginato che io potessi mai diventare una persona religiosa. Non avrebbero potuto crederci perché qualsiasi cosa essi ritenevano essere religione, per me era tutto tranne che religione. Ai loro occhi io ero un ateo, e un ateo radicale. Per tutti i miei parenti, i miei amici, i miei vicini, e le persone che mi conoscevano, io ero un grande ateo. E quindi chiunque oggi, dopo venti o venticinque anni, subirebbe il più grande shock della sua vita. E chi è diventato ateo grazie a me, o per causa mia, è imbarazzato a sua volta perché è rimasto tuttora ateo.”

   L’assestamento nella sfera spirituale avvenne tra il 1945 e il 1950. Un’altra esperienza di morte creò in lui un distacco dal mondo ancor più profondo: aveva sedici anni quando la sua ragazza, Shashi, morì di febbre tifoide. In questo caso la morte della persona amata divenne motivo di introspezione e di richiamo alla trama che l’amore intesse nella dimensione del tempo. Anni dopo, infatti, parlò di questo avvenimento con parole che possono suonare assurde a una logica mente occidentale. “Quand’ero giovane avevo una ragazza. Poi morì, ma sul letto di morte mi promise che sarebbe ritornata. Ed è tornata. La ragazza si chiamava Shashi, morì nel ‘47. Era la figlia di un medico del mio villaggio, il dottor Sharma. Ora è morto anche lui. E la ragazza è tornata come Vivek per prendersi cura di me. Vivek non se ne può ricordare. Io avevo l’abitudine di chiamare Shashi Gudiya, e ora ho iniziato a chiamare Gudiya anche Vivek, per dare una continuità. La vita è un’immensa messa in scena, un incredibile gioco che continua da una vita all’altra.”

   Nei tre anni successivi lo spazio in cui Mohan visse richiama moltissimo le esperienze mistiche trasmesse da tradizioni di tutto il mondo, sia in Oriente che in Occidente. “Per giorni e notti vissi circondato da interrogativi. Vivevo in un mare profondo, privo di alcun appiglio e privo di una riva. E qualsiasi barca incontrassi, io stesso l’affondavo o la rifiutavo. Passavano molte barche e molti marinai, ma io rifiutavo di salire. Sentivo che era meglio affogare da soli che salire sulla barca di qualcun altro. E se la mia vita mi portava ad annegare, sentivo che era giusto accettarlo. Vivevo nella più totale oscurità. Era come se fossi caduto in un pozzo profondo, totalmente oscuro. In quei giorni sognavo molto spesso che stavo cadendo, cadevo e andavo sempre più giù in un pozzo senza fondo. E spesso mi svegliavo ansante, grondante di sudore, perché la caduta era senza fine, e mi ritrovavo senza terreno su cui poggiare i piedi. Fatta eccezione per l’oscurità e la caduta non mi restava nient’altro, ma a poco a poco accettai la situazione. Molte volte pensai che sarebbe stato meglio essere d’accordo con qualcuno, aggrapparmi a qualche certezza, prendere per buona una qualche risposta, ma non era nella mia natura.”

   Mentre si allentava il suo legame con la mente e con il corpo, Osho si vide costretto a cambiare le sue abitudini, per riuscire a rimanere consapevole, sano e persino per conservare un contatto con la vita. “...per un intero anno mi fu difficilissimo anche solo il tenermi in vita. Il semplice sopravvivere era molto difficile perché avevo perso qualsiasi appetito. Per giorni e giorni non avevo nessuna fame, per giorni e giorni non sentivo sete. Dovevo costringermi a mangiare, costringermi a bere. Il corpo era così inesistente che dovevo farmi male per sentire che ero ancora nel corpo. Dovevo battere la testa contro il muro per sentire se la testa c’era ancora o no. Solo quando mi faceva male mi sentivo un po’ nel corpo. Ogni mattina e ogni sera correvo per dieci o quindici chilometri. La gente pensava che fossi matto. Perché correvo così tanto? Trenta chilometri al giorno! Lo facevo solo per sentire che esistevo ancora, per non perdere il contatto con me stesso, in attesa che i miei occhi si sintonizzassero su quella novità che stava accadendo. E mi dovevo tenere in contatto con me stesso. Non parlavo con nessuno perché era diventato tutto così inconsistente che mi era difficile perfino formulare una sola frase. Nel mezzo di una frase mi dimenticavo cosa stavo dicendo, mentre camminavo mi scordavo di dove stavo andando. Per cui dovevo tornare indietro. Se leggevo un libro, dopo cinquanta pagine all’improvviso mi chiedevo: «Cosa sto leggendo? Non ricordo nulla!». Questa era la mia situazione. Anche finire una frase era difficile. Dovevo stare chiuso nella mia stanza. Decisi di non parlare più, di non dire più nulla, perché qualsiasi cosa avessi detto, sarei stato preso per matto.

   Questa situazione continuò per un anno. Restavo sdraiato per terra a fissare il soffitto e contavo da uno a cento per poi contare di nuovo da cento a uno. Il semplice riuscire a contare era già qualcosa. Me ne scordavo continuamente. Mi ci volle un anno per recuperare una prospettiva, per riassestarmi. Accadde – fu un miracolo – ma fu difficile. Nessuno mi sosteneva, nessuno poteva dirmi dove stavo andando e chiarirmi cosa mi stava succedendo. In realtà tutti mi erano contro: i miei insegnanti, i miei amici, chi mi voleva bene – tutti erano contro di me. Ma non potevano far nulla, potevano solo criticarmi, potevano solo chiedermi cosa stavo facendo. E io non facevo nulla! Era aldilà di me: accadeva e basta. Avevo fatto qualcosa senza saperlo: avevo bussato alla porta, e ora la porta si era aperta. Per anni ho meditato, seduto semplicemente in silenzio senza far nulla, e piano piano mi ero addentrato in quella dimensione, la dimensione del cuore, dove esisti senza far nulla, esisti semplicemente, una presenza, un osservatore. Di fatto non sei neppure un osservatore perché non guardi, sei una semplice presenza. Le parole non riescono a descriverlo con precisione: qualsiasi termine darebbe l’impressione di un’azione. No, non agivo più! Stavo semplicemente sdraiato, seduto, camminavo, ma in profondità non vi era più un’entità che agiva. Avevo perso ogni ambizione: non avevo più alcun desiderio di essere qualcuno, alcun desiderio di arrivare da qualche parte – neppure a dio, neppure al nirvana. Ero semplicemente abbandonato a me stesso”.

  Questo suo comportamento strano e incomprensibile preoccupò la famiglia, che ancora una volta ebbe la sensazione che le previsioni degli astrologi stessero per avverarsi in tutta la loro drammaticità: l’età di ventun’anni appariva sempre più come l’anno conclusivo della vita di Osho. I genitori portarono il figlio da un medico all’altro, anche se lui insisteva nel dire che nessuna medicina poteva essergli d’aiuto. “Alla fine venni condotto da un vaidya, un medico ayurvedico – in realtà fui portato da molti dottori, ayurvedici e non, ma solo uno disse a mio padre: «Non è malato. Non preoccupatevi inutilmente.» La mia famiglia mi trascinava da un medico all’altro, e molti mi davano medicine da prendere e io dicevo a mio padre: «Perché ti preoccupi? Io sto bene!». Ma nessuno mi credeva, mi dicevano di stare zitto e di prendere le medicine, che non mi potevano far male. E così finiva che prendevo un mucchio di medicine. Ci fu solo un vaidya che dimostrò una notevole intuizione – si chiamava Pundit Bhaghirat Prasad, sua figlia vive adesso a Pune, sposata con un medico. Lui adesso è morto, ma era veramente un uomo di grande intuito. Mi guardò e disse: «Non è malato.» E si mise a piangere, dicendo: «Io stesso ho ricercato questa dimensione. Lui è fortunato, io per questa vita ho fallito. Non portatelo più da nessuno, sta arrivando a casa.» E intanto piangeva lacrime di felicità. Lui stesso era stato un ricercatore spirituale. Aveva girato l’intero paese da capo a fondo, per tutta la vita. E si era fatto un’idea della situazione. Divenne il mio protettore, contro i medici e gli altri dottori. E disse a mio padre: «Lasciatelo da me. Me ne prenderò cura io.» Non mi diede mai nessuna medicina. E se mio padre insisteva, mi dava pasticche di zucchero. «È solo zucchero. Tanto per consolare i tuoi genitori, prendile. Non ti faranno male, non ti aiuteranno. Di fatto, non esiste alcuna possibilità di aiuto», mi diceva”.

   L’intensità delle esperienze continuò ad aumentare, e ogni evento contribuiva a portare maggior consapevolezza, ad assestare un po’ di più la nuova visione che si veniva delineando. Ma sempre aleggiava il pericolo di un viaggio compiuto da solo, senza una guida, né alcuna istruzione da seguire. “La notte ero solito sedere su un albero e meditare. Spesso, quando meditavo seduto per terra, il mio corpo acquisiva una notevole potenza e finiva con l’averla vinta – forse perché è composto di terra. Di certo la tradizione degli yogi che vanno sulla cima delle montagne, o sull’Himalaya, si fonda su principi scientifici: maggiore è la distanza del corpo dalla terra, minore è la pressione delle forze fisiche, mentre aumenta il potere della forza interiore. Per questo ero solito salire su un albero molto alto e lì meditare per ore, ogni notte. Una notte mi persi così profondamente in meditazione che non mi accorsi neppure che il mio corpo era caduto dall’albero. Quando lo vidi steso a terra lo guardai strabiliato – ero davvero stupito! Come poteva essere accaduto che io restassi seduto sull’albero mentre il mio corpo giaceva a terra, non riuscivo a capirlo. Era un’esperienza sconvolgente. Ed ero collegato al corpo da un tremolante filo argenteo che partiva dall’ombelico. Era aldilà della mia capacità capire o prevedere cosa sarebbe successo e mi chiedevo come avrei fatto a rientrare nel corpo. Non ricordo quanto durò quest’esperienza, ma fino ad allora mi era stata sconosciuta. Quel giorno, per la prima volta vidi il mio corpo dall’esterno e da allora la mera esistenza fisica del corpo finì per sempre. E da allora anche la morte smise di esistere, perché sperimentai che il corpo e lo spirito sono due cose distinte, decisamente separate tra loro. Quello fu l’istante più importante: la comprensione dello spirito che dimora all’interno di ogni corpo umano. Mi è difficile dire quanto durò quell’esperienza. All’alba due donne che portavano il latte da qualche villaggio vicino, passarono di lì e videro il mio corpo steso ai piedi dell’albero. Dall’alto dell’albero su cui ero seduto vidi che lo osservavano. Si avvicinarono e gli si sedettero di fianco. Toccarono la fronte col palmo della mano e in un istante, per semplice forza di attrazione, ritornai nel corpo e aprii gli occhi.

   Dopo quella ebbi un’altra esperienza. Sentii che una donna può creare un mutamento di elettricità nel corpo di un uomo, così come un uomo può farlo nel corpo di una donna. Quindi meditai sull’altra coincidenza: come mai ero tornato istantaneamente nel corpo, al tocco di quelle mani sulla fronte? Dopo diverse altre esperienze simili compresi come mai tutti i mistici che conducono esperimenti sul samadhi e la morte, si avvalgono sempre dell’aiuto di donne. Infatti, se in uno stato di samadhi profondo il sé spirituale esce dal corpo fisico dell’uomo, può ritornarci solo con l’aiuto e l’assistenza di una donna. Così come solo l’aiuto di un uomo può aiutare una donna a rientrare nel corpo. Immediatamente, non appena il corpo di un uomo e di una donna entrano in contatto, si stabilisce tra loro un contatto elettrico, e istantaneamente la consapevolezza o lo spirito fuoriuscito, rientra. In sei mesi feci esperienze straordinarie [...] alla fine compresi che qualsiasi legame fosse esistito tra il corpo fisico e l’essere spirituale era stato interrotto e l’equilibrio che esiste naturalmente tra questi due elementi era stato spezzato... L’insorgere di uno squilibrio tra il corpo che vediamo e lo spirito invisibile, rende impossibile vivere. A quel punto compresi che le malattie innumerevoli che affliggevano Ramakrishna Paramahansa, o la morte per cancro di Shree Raman Maharshi, non erano dovute a cause fisiche ma alla rottura dell’equilibrio fra quei due elementi. Si crede che i santi e gli yogi siano sani e di salute forte, ma la verità è esattamente l’opposto. Di fatto, gli yogi muoiono giovani e, nell’arco della loro vita, sono di salute cagionevole a causa della rottura di quell’equilibrio, che produce come risultato una specie di incompatibilità”.

   Finalmente, alle due del mattino del 21 marzo 1953, all’età di ventun anni, un’esplosione di consapevolezza travolse il giovane Mohan. E l’essere che alla fine si rialzò, dopo esser stato seduto sotto un albero di maulshree, nel giardino di Bhanvortal, nei pressi di Jabalpur, poté affermare: “In quell’esplosione il vecchio uomo di ieri morì. Questo nuovo uomo è assolutamente nuovo. L’uomo che camminava sul sentiero è morto e non esiste più. Ora non sto più a pensare. Se qualcuno mi pone domande – come fate voi – parlo, non ci penso su, parlo direttamente”. Nelle parole di Osho che seguono, la descrizione dettagliata dell’evento che cambiò per sempre la sua vita. “Mi torna in mente quel giorno fatale, il ventun marzo 1953. Per molte vite avevo lavorato di continuo, lavorato su me stesso, lottato, fatto tutto il possibile, ma non accadeva nulla. Ora capisco perché non accadeva nulla. Lo sforzo in sé era l’ostacolo, lo strumento in sé era l’impedimento, la spinta stessa a ricercare era la barriera. Non che si possa giungere al compimento senza cercare. La ricerca è necessaria, ma c’è un punto in cui la ricerca deve essere abbandonata. Per attraversare il fiume ci vuole la barca, ma arriva il momento in cui bisogna scendere dalla barca, dimenticarla e lasciarsela dietro. Lo sforzo è necessario, senza lo sforzo nulla è possibile. Ma anche con il solo sforzo, nulla è possibile. Poco prima del 21 marzo 1953, sette giorni prima, smisi di lavorare su me stesso. Giunge un momento in cui vedi la totale futilità dello sforzo. Hai fatto tutto quello che potevi fare e non è successo nulla. Hai fatto tutto ciò che è umanamente possibile. Cos’altro puoi fare? In totale rassegnazione abbandoni la ricerca. E il giorno in cui abbandonai la ricerca, il giorno in cui non stavo più cercando nulla, il giorno in cui non mi aspettavo che accadesse qualcosa, cominciò ad accadere. Dal nulla scaturì una nuova energia. Non arrivava da una fonte particolare. Arrivava dal nulla e dal tutto. Era negli alberi e nelle rocce, nel cielo, nel sole e nell’aria: era dappertutto. Avevo cercato così tenacemente, e pensavo che fosse chissà dove. Invece era lì, vicinissima. Solo perché stavo cercando ero diventato incapace di vedere ciò che mi era accanto. La ricerca mira sempre a qualcosa di lontano, la ricerca mira a qualcosa di distante: e non c’era distanza alcuna. Continuando a guardare lontano avevo perso la capacità di guardare da vicino. I miei occhi erano puntati laggiù, all’orizzonte, e avevo perso la capacità di guardare ciò che era vicino, che mi era accanto.

Il giorno in cui arrestai ogni sforzo, anch’io mi arrestai. Perché non si può esistere in assenza di sforzo, non si può esistere senza desiderio, non si può esistere senza lotta. Il fenomeno dell’ego, del sé, non è un oggetto, è un processo. Non è una sostanza presente dentro di te; lo devi creare in continuazione. è simile all’andare in bicicletta, se pedali continua ad andare, se non pedali, si ferma. Magari prosegue un po’ per forza d’inerzia, ma nel momento in cui smetti di pedalare, anche la bicicletta comincia a fermarsi. Non ha più energia, non ha più potenza per proseguire. Si fermerà e cadrà. L’ego esiste perché noi continuiamo a pedalare con il desiderio, perché continuiamo a lottare per qualcosa, perché vogliamo superare noi stessi. Il fenomeno dell’ego è solo questo: cerchi di andare al di là di te, di saltare nel futuro, di saltare nel domani. Il salto in ciò che non è esistenziale crea l’ego. E poiché nasce dal non-esistenziale, è simile a un miraggio; è fatto solo di desiderio, è fatto solo di avidità. L’ego non è nel presente, è nel futuro. Se tu sei nel futuro, l’ego ti sembra molto concreto. Se sei nel presente, l’ego è un miraggio, e comincia a svanire. Il giorno in cui smisi di cercare… e non è esatto dire che smisi di cercare, sarebbe meglio dire il giorno in cui la ricerca cessò. Lasciamelo ripetere, il modo migliore per dirlo è: il giorno in cui la ricerca cessò. Perché se sono io a fermarla, allora io ci sono ancora. Anche il cessare diventa un mio sforzo, anche il cessare diventa un mio desiderio, il desiderio permane, in maniera più sottile. Il desiderio non può essere fermato, ma solo compreso. E la comprensione lo farà cessare. Ricorda, nessuno può smettere di desiderare, e la realtà accade solo quando il desiderio svanisce. Per cui il problema è: che fare? Il desiderio esiste e i buddha continuano a dire che con il prossimo respiro puoi arrestare il desiderio. Che fare? In questo modo si crea un gran dilemma. I desideri ci sono, questo è certo. E tu dici di fermarli, e va bene. Ma poi dici anche che non è possibile fermarli. Cosa si può fare allora? Il desiderio deve essere compreso. Lo puoi comprendere, ne puoi vedere la futilità. Hai bisogno di una percezione diretta, di una penetrazione immediata. Esamina il desiderio, cerca di vedere cos’è, e ne coglierai la natura illusoria, vedrai che non è esistenziale. Allora il desiderio cade e con lui anche dentro di te cade qualcosa. Desiderio ed ego cooperano tra loro, lavorano insieme. L’ego non può esistere senza il desiderio, il desiderio non può esistere senza l’ego. Il desiderio è ego proiettato, l’ego è desiderio introiettato. Vanno insieme, sono due aspetti dello stesso fenomeno. Il giorno in cui il desiderio si arrestò sentii svanire ogni speranza. Non c’erano speranze, perché non c’era futuro. Non c’erano speranze, perché tutte le speranze si erano rivelate futili, non portano da nessuna parte. Ti conducono in un circolo vizioso. Ti ronzano continuamente attorno, creando miraggi sempre nuovi, continuano a chiamarti: “Vieni, vieni, la meta è vicina”. Ma per quanto veloce puoi correre, non la raggiungi mai…

   Per sette giorni vissi in uno stato di rassegnazione e disperazione complete, ma simultaneamente qualcosa stava sorgendo. Quando dico disperato non intendo ciò che voi intendete. Voglio solo dire che in me non c’era alcuna speranza. La speranza era assente. Non voglio dire che ero triste e scoraggiato. Anzi, ero felice. Ero molto tranquillo, calmo, padrone di me e centrato. Disperato, ma in un modo totalmente diverso. Non essendoci più speranza, come poteva esserci disperazione? Erano svanite entrambe… Quei sette giorni furono giorni di incredibile trasformazione, di trasformazione totale. Durante l’ultimo giorno la presenza di un’energia totalmente nuova, di una luce nuova, di una gioia nuova divenne così intensa che era quasi insopportabile: mi sentivo esplodere, mi sembrava di impazzire di beatitudine. Era impossibile capire cosa stesse accadendo. Era un mondo privo di senso, difficile da comprendere, difficile da spiegare. Tutti i testi sacri mi apparivano privi di vita e tutte le parole usate per descrivere questa esperienza apparivano molto pallide, anemiche. Invece era tutto così vivo. Era un’onda gigantesca di beatitudine.

   Fu una giornata molto strana, confusa, era un’esperienza sconvolgente. Il passato svaniva, come se non mi fosse mai appartenuto, come se lo avessi letto da qualche parte, come se lo avessi sognato, come se si trattasse della storia di un altro, che avevo sentito raccontare da qualcuno. Stavo liberandomi dal passato, stavo sradicandomi dalla mia storia, stavo perdendo la mia autobiografia. Stavo diventando non-essere, quello che Buddha chiama anatta. I confini svanivano, le distinzioni svanivano. La mente stava svanendo; si era allontanata di milioni di chilometri. Era difficile afferrarla; si stava allontanando sempre più velocemente, e non c’era alcun bisogno di tenerla vicina. Tutto mi era indifferente. Andava tutto bene. Non sentivo alcun bisogno di mantenere la continuità con il passato. Verso sera mi divenne difficile sopportarlo: faceva male, era doloroso. Ero come una donna in travaglio: nel momento in cui sta per nascere il bambino, e la donna ha le doglie, soffre moltissimo. Di solito andavo a letto verso mezzanotte o l’una, ma quel giorno mi era impossibile rimanere sveglio. I miei occhi si chiudevano, era duro tenerli aperti. C’era un senso di imminenza, qualcosa stava per accadere. Era difficile dire che cosa, forse la morte, ma non c’era paura alcuna. Ero pronto. Quei sette giorni erano stati così belli che ero pronto a morire, non avevo più bisogno di nulla. Erano stati così colmi di beatitudine, mi sentivo così appagato, che se fosse giunta la morte, l’avrei accolta a braccia aperte. Di certo qualcosa stava per accadere, qualcosa di simile alla morte, un evento drastico, che sarebbe stato una morte o una rinascita, una crocifissione o una resurrezione – comunque qualcosa di immensamente prezioso era lì, dietro l’angolo. E non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ero come drogato. Verso le otto andai a dormire. Ma non era proprio sonno. Ora capisco perché Patanjali dice che il sonno e il samadhi sono simili. Con una sola differenza: nel samadhi sei completamente sveglio e addormentato allo stesso tempo. Sveglio e addormentato, il corpo è completamente rilassato, ogni cellula del corpo è totalmente rilassata, tutte le funzioni del corpo sono rilassate, ma la fiamma della consapevolezza continua ad ardere dentro di te… viva, senza creare alcun fumo. Sei all’erta eppure rilassato, privo di tensione, ma completamente sveglio. Il corpo si trova nello stato di sonno più profondo possibile e la tua consapevolezza è al culmine. La vetta della consapevolezza e la valle del corpo si incontrano.

Andai a dormire. Era un sonno strano. Il corpo dormiva e io ero sveglio. Era molto strano, mi sentivo tirare in due direzioni, due dimensioni come se fossi entrambe le polarità… positivo e negativo si incontravano, sonno e consapevolezza si incontravano, morte e vita si incontravano. Quello è il momento in cui puoi dire: «il creatore e la creazione si incontrano.» È sconvolgente. Per la prima volta qualcosa ti penetra fino alle radici, ti scuote dalle fondamenta. Dopo quell’esperienza non potrai più essere lo stesso; nella tua vita sorge una nuova visione, una nuova qualità. Verso mezzanotte i miei occhi si spalancarono d’improvviso, non ero io ad aprirli. Il sonno era stato spezzato da qualcos’altro. Avvertii una presenza straordinaria nella stanza. Era una stanza molto piccola. Attorno a me sentivo una vita che pulsava, una grande vibrazione, una specie di uragano, di tempesta di luce, gioia, estasi. E io vi stavo annegando. Era così straordinariamente reale che tutto divenne irreale. Le mura della stanza divennero irreali, la casa divenne irreale, il mio corpo divenne irreale. Tutto era irreale perché ora, per la prima volta, la realtà era presente. […] Avvertii un profondo bisogno di precipitarmi fuori dalla stanza, di andare all’aperto, mi sentivo soffocare. Era troppo! Mi avrebbe ucciso! Se fossi rimasto lì ancora un momento, mi avrebbe soffocato: questo sentivo. Mi precipitai fuori dalla stanza, e uscii per strada. Sentivo un profondo bisogno di starmene lì sotto le stelle, con gli alberi, con la terra… con la natura. Immediatamente, appena fuori, il senso di soffocamento svanì. Era un posto troppo piccolo per un fenomeno così vasto. Persino il cielo è troppo piccolo per un fenomeno così vasto. Più vasto del cielo. Persino il cielo non lo può contenere. Ma fuori mi sentii meglio.

   Mi incamminai verso il parco più vicino. E camminavo in modo totalmente nuovo, come se non ci fosse la forza di gravità. Camminavo, o correvo forse, oppure volavo: mi era difficile decidere. Non c’era forza di gravità, mi sentivo privo di peso, come trasportato da una qualche energia. Ero nelle mani di un’altra energia. Per la prima volta non ero solo, per la prima volta non ero più un individuo, per la prima volta la goccia si era mossa ed era caduta nell’oceano. L’intero oceano era mio, io ero l’oceano. Non c’erano limiti. In me sorse una forza incredibile, potevo fare qualunque cosa, io non c’ero, c’era solo questa forza. Raggiunsi il parco in cui mi recavo ogni giorno. Il parco era chiuso, chiuso per la notte. Era troppo tardi, era l’una di notte circa. I guardiani erano profondamente addormentati. Dovetti entrare nel parco come un ladro, scavalcando i cancelli. Ma qualcosa mi attirava nel parco. Non potevo assolutamente fermarmi. Fluttuavo, semplicemente… Nel momento in cui entrai nel parco tutto divenne luce, era dappertutto: beatitudine, estasi. Per la prima volta potevo vedere gli alberi: il verde, la vita, la linfa che scorreva. Il parco era addormentato, gli alberi erano addormentati. Ma io lo vedevo pieno di vita, perfino i fili d’erba erano bellissimi. Mi guardai attorno. Un albero era straordinariamente luminoso, il maulshree. Mi attirava, mi risucchiava verso di sé. Non l’avevo scelto io; dio stesso l’aveva scelto. Mi avvicinai all’albero e mi sedetti. Nel momento in cui mi sedetti, le cose cominciarono ad acquietarsi. L’intero universo era pura benedizione. Mi è difficile dire per quanto rimasi in quello stato.

   Quando tornai a casa erano le quattro del mattino, per cui devo essere rimasto là per almeno tre ore, ma mi sembrò un tempo infinito. Non aveva nulla a che fare con il tempo dell’orologio. Era al di là del tempo. Quelle tre ore divennero l’intera eternità, eternità senza fine. Il tempo non esisteva, il tempo non passava, era la realtà pura: vergine, intoccabile, incommensurabile. E quel giorno accadde qualcosa che è continuato – non come una continuità – ma qualcosa che è rimasto presente come una corrente sotterranea. Non una permanenza: accade di nuovo ogni momento. Ogni momento è un nuovo miracolo. Non seppi cosa mi era accaduto finché non accadde, e anche allora non capii che si trattava di un evento religioso. Come potevo? Il riconoscimento e la comprensione avvengono sempre come conseguenza di ciò che si conosce. Ciò che sentii fu che tutto quanto era esistito fino a quel momento non esisteva più, e ciò che accadeva ora non era mai esistito in passato. Ci volle tempo perché mi ci abituassi. Mi adattavo solo chiedendomi: «Chi sei e cosa sei?». E di nuovo questo assestamento era strano perché dipendeva solo da me. Non mi era venuto nulla dall’esterno, che potessi riconoscere. Al contrario, qualcosa di me era caduto. E ciò che era rimasto era ignoto, e mi ci dovevo abituare. Ma neppure ora questa familiarità è completa, perché ogni giorno assume nuove fattezze. Nel momento in cui la si comprende, acquista ulteriori novità. Questo è il viaggio infinito della conoscenza del sé. È senza fine, senza principio… è infinito. La religiosità non è una conclusione ma una vetta. Assomiglia al fluire di un fiume: ogni giorno lo scenario sulle due sponde cambia, e si vede una nuova luna, stelle nuove. Tutto ciò che sapevamo ieri, oggi è svanito. In questa esperienza suprema non si può mai dire: ‘Sono arrivato. Mi sono realizzato. Ho conosciuto tutto ciò che poteva essere conosciuto.’ Se qualcuno parla in questi termini, non si è affatto realizzato. Si può solo entrare in questa esperienza. E non si raggiunge mai una fine, perché è senza fine. Se qualcuno entra nel mare, può solo dire di esserci entrato, e che la costa sta scomparendo, ma non potrà mai dire di aver incontrato il mare perché non troverà mai un’altra sponda, e ovunque, tutt’intorno, vede solo il mare. Per questo una persona religiosa non potrà mai scrivere la notizia della propria realizzazione. Può solo dire che il passato non è più presente e ciò che accade ora cambia continuamente, ogni giorno. Per cui è nuovo e continua a rinnovarsi. Non si potrà mai dire che assomiglia a ciò che accadeva ieri. L’esperienza religiosa è una vita sconfinata, che a ogni istante rinnova se stessa e non si ossida mai. E non si può fare alcuno sforzo per conseguirla, né la si consegue mai in pienezza”.

L’intera esperienza non ebbe nessuna eco esteriore, e Rajneesh – ormai famoso per la sua eccentricità – continuò gli studi fino alla laurea in filosofia, conseguita nel 1957, per poi intraprendere la carriera universitaria che lo portò dal Raipur Sanskrit College all’University di Jabalpur nel 1960, come professore di filosofia. “In molti mi hanno chiesto come mai, se mi sono illuminato nel 1953, non ho detto nulla a nessuno. Per vent’anni sono stato zitto, ne parlavo solo se qualcuno sollevava un sospetto sincero: «Sento che ti è successo qualcosa. Non so cosa, ma una cosa è certa: qualcosa ti è successo, e tu non sei più una persona simile a me, e lo tieni nascosto». In vent’anni non più di dieci persone me l’hanno chiesto, e anche in questo caso cercavo di eluderle il più possibile, finché non sentivo che la loro richiesta era sincera. E ne parlavo solo dopo che mi promettevano di mantenere il segreto. Tutti hanno rispettato questa promessa. Ora sono tutti sannyasin... dicevo loro: «Aspettate, aspettate il momento giusto, allora lo dichiarerò». Ho imparato molto dai buddha del passato. Se Gesù fosse stato più tranquillo nell’affermare di essere il figlio di dio avrebbe donato all’umanità un contributo di gran lunga migliore.”

Tra il 1960 e il 1970 Osho viaggia incessantemente da una parte all’altra dell’India portando a più gente possibile il suo messaggio, il suo invito alla meditazione. Dopo aver concluso gli studi universitari, Osho divenne docente di filosofia al Raiput Sanskrit College e più tardi all’Università di Jabalpur. Nei primi anni sessanta cominciò a tenere conferenze in tutta l’India su temi spirituali e filosofici, sollevando ovunque controversie e sconvolgendo gli ascoltatori con discorsi ricchi di passione e capaci di infiammare gli animi dei più sensibili. Altri godevano di tanta oratoria, del suo genio intellettuale e delle sue analisi profonde. I suoi punti di vista in materia politica, religiosa, e soprattutto sessuale, crearono attriti non indifferenti con le autorità governative e con le organizzazioni religiose tradizionali: ovunque andasse attirava folle che lo acclamavano e folle che lo osteggiavano. “In quei dieci anni ho viaggiato tantissimo: un’altra persona impiegherebbe due o tre vite per compiere lo stesso numero di chilometri. E ho parlato tantissimo: un altro ci impiegherebbe dieci o quindici vite per dire tutte quelle cose. Viaggiavo dalla mattina alla sera, andavo ovunque. Tre settimane su quattro ero in treno. La mattina ero a Bombay, la sera a Calcutta e il giorno dopo a Amritsar, e il giorno successivo a Ludhiana o a Delhi. L’intero paese era il mio campo d’azione. E ovunque andassi, naturalmente, sorgevano controversie in abbondanza...”

L’approccio analitico e intellettuale stimolò un piccolo gruppo di persone, spingendole sempre più vicine al maestro, e nell’estate del 1964, questi decise di introdurle, attraverso tecniche di meditazione da lui stesso preparate, a un approccio più esperienziale. Osho diresse personalmente un campo di meditazione di dieci giorni, sulle colline del Rajasthan, dove i primi seguaci sperimentarono lo stato di non-mente che egli chiama meditazione. Questa novità fece subito il giro della nazione, suscitando una sequela di critiche da parte dell’ortodossia religiosa, che lo accusava di usare tecniche bizzarre, e sconvolgenti per quanti le praticavano. Il risultato di tanta incomprensione fu esattamente l’opposto di quello aspettato: l’Acharya si vide circondato da intere folle incuriosite da tanto parlare e desiderose di sperimentare in prima persona quanto egli aveva da offrire. Nel 1966 Osho rinunciò alla Cattedra di Filosofia per dedicarsi totalmente all’attività spirituale: i due anni successivi verranno poi ricordati come «gli anni dell’invito», in quanto Osho li spese, lavorando senza sosta, per riunire intorno a sé «la sua gente».

Verso la fine degli anni ‘60 questa fase del lavoro sembrò conclusa: con un piccolo gruppo di discepoli si stabilì a Bombay, e iniziò a ricevere anche i primi discepoli venuti dall’Occidente, cosciente che il suo esperimento si stava allargando su scala mondiale, e che lui stesso sarebbe in breve divenuto l’araldo di un uomo nuovo: “L’ultima parte di questo secolo sarà risolutiva. L’ultima parte di questo secolo deciderà il destino dei secoli a venire. Questo sarà un periodo determinante, la fine di questo secolo vedrà o la totale distruzione dell’umanità – cui farà seguito la completa eliminazione della vita su questo pianeta – oppure la nascita di un uomo nuovo. Un uomo che non odierà la vita, com’è successo in passato; un uomo che amerà la vita. Un uomo che non sarà in alcun modo negativo, bensì sarà affermativo. Un uomo che non desidererà una vita dopo la morte, ma vivrà momento per momento in gioia assoluta, e considererà questa vita come un dono e non come a una punizione. Che non sarà antagonista nei confronti del corpo, ma lo rispetterà in quanto tempio dell’anima. Che amerà e non avrà timore dell’amore; che vivrà ogni tipo di relazione e tuttavia sarà capace di restare se stesso.Non esiste una terza possibilità. Così com’è l’uomo non può sopravvivere: o cambia se stesso e si trasforma, o deve morire e lasciar libera la terra”.

Tra il ‘70 e il ‘71 si verificò un assestamento: “Per vent’anni ho viaggiato senza essere protetto da una sola guardia del corpo. Vivevo in costante pericolo: la gente mi tirava pietre, scarpe, ogni sorta di oggetto. Se avessi dichiarato di essere illuminato, sarei stato ucciso facilmente; non era affatto difficile, poteva essere fatto facilmente. Ma per vent’anni conservai un assoluto silenzio. E feci questa dichiarazione solo quando vidi che intorno a me si era raccolto un numero considerevole di persone, in grado di capirlo... un numero di persone sufficiente che mi appartenesse, che fosse con me. Lo dichiarai solo quando capii che avrei potuto creare il mio piccolo mondo senza dovermi più rapportare con le folle, le masse e l’inconsapevolezza delle moltitudini.”

Il nome di Acharya, che lo aveva caratterizzato in India fino a quel momento, venne lasciato cadere, e fu sostituito con il termine Bhagwan: “il benedetto”. Bhagwan è un nome-simbolo, che sottolinea tutte le qualità connesse con il cuore, l’amore e la devozione. L’intenzione era simbolizzare un lavoro centrato nella dimensione del cuore, lavoro che d’ora in poi avrebbe avuto l’amore come leitmotive, in sintonia con lo spirito bhakta, sufi e tantrico. L’enfasi intellettuale propria dell’Acharya cadde, per lasciar spazio a una comunione cuore a cuore di quanti desideravano entrare in contatto diretto con lui. “Alcuni anni fa, un giorno chiamai Yoga Chinmaya e gli dissi di trovarmi un nuovo nome perché da quel momento in poi avrei lavorato in modo nuovo. In tutta l’India ero conosciuto come l’Acharya. Acharya significa insegnante, e io lo ero: viaggiavo e insegnavo. Si trattò unicamente di una fase introduttiva del mio lavoro: invitare la gente. Una volta che l’invito raggiunse tutti, smisi di viaggiare. Ora, chi lo desidera deve venire a me. Io sono andato alle loro case, ho bussato alle loro porte: ho detto loro che esisto e che possono venire in qualsiasi momento lo desiderino. Ora avrei aspettato. Chinmaya mi portò diversi nomi per indicare questa nuova fase… gli dissi: «Scopri qualcosa di universale. Cerca qualcosa che non sia relativo». E alla fine trovò il termine «Bhagwan». Mi piacque. Dissi: «Per alcuni anni andrà bene, alla fine potremo abbandonare anche questo nome». L’ho scelto con un’intenzione ben precisa e ha funzionato, perché coloro che venivano da me a scopo puramente intellettuale, smisero di venire. Era troppo per il loro ego… smisero di venire. Ora ho cambiato totalmente la mia funzione. Ho iniziato a lavorare a un livello diverso, in una dimensione diversa. Ora vi impartisco l’essere, non il sapere. Io sono qui per svegliarvi. Non vi darò conoscenza, vi darò saggezza, comprensione, e questa è una dimensione del tutto diversa. Questo nome ha funzionato come uno spartiacque: sono rimasti solo coloro che sono pronti a dissolversi con me. Tutti gli altri sono scomparsi, creando dello spazio intorno alla mia presenza. Altrimenti mi sarei trovato soffocato da una folla assordante, e venirmi vicino sarebbe stato molto difficile per i veri ricercatori. Le folle sono scomparse. La parola «Bhagwan» ha avuto l’effetto di un’esplosione nucleare. Mi ha reso un buon servizio. Sono felice di averla scelta”.

I primi discepoli occidentali, insieme a discepoli indiani, venivano a volte mandati in Kirtan Mandali, gruppetti che andavano per i villaggi portando canti devozionali, meditazioni e registrazioni dei discorsi del maestro. Nel 1970, in aprile, Osho presentò per la prima volta la Meditazione Dinamica, che sostituiva, inglobandole, tutte le tecniche usate negli anni precedenti. Questa tecnica venne presentata come la medicina ideale per quanti, vivendo nella società contemporanea, non ne vogliono restare vittime. Fu il principio di quel processo di de-automatizzazione che diverrà con gli anni la caratteristica del sannyas (l’iniziazione a discepolo), la cui nascita può essere fatta risalire al settembre del 1970, quando a Manali – in una splendida conca ai piedi dell’Himalaya – Osho iniziò i primi sei discepoli (sannyasin). Lo scopo essenziale era creare nel mondo un risveglio spirituale, eliminando ogni distinzione e ogni divisione di razza, nazione e credo, per dare vita a una comunità internazionale di ricercatori della trasformazione interiore.

Il rapido incremento di discepoli occidentali non lasciava dubbi sul fatto che il messaggio di Osho ben rispondeva a quella crisi di valori che interessava il mondo intero. L’iniziazione implicava il cambio del nome, il portare un mala (una collana di 108 grani con un medaglione che racchiude l’immagine del maestro) e indossare abiti con colori solari (all’inizio solo ocra e poi anche rossi). Nessuno poteva aver più dubbi sul distacco da ogni forma religiosa tradizionale, e molti antichi simpatizzanti decisero di allontanarsi definitivamente, lasciando il gruppo di devoti che riconosceva in Osho un maestro illuminato, ed era pronto a dedicarsi totalmente e con impegno a realizzare la sua visione di un uomo nuovo, lavorando alla trasformazione di se stessi per mezzo della meditazione. Ciò condusse a un’ulteriore evoluzione. “La gente riesce a tollerare un buddha se è da solo, sanno che è solo… e finché viaggiavo da solo per il paese non c’erano molti problemi. Il giorno in cui iniziai a dare il sannyas la società ha drizzato le orecchie. Perché? Perché creare un Buddhafield, creare un sangha (comunità di devoti), significa creare una soluzione alternativa alla società. Non sei più un singolo individuo: acquisisci potere, puoi fare qualcosa. Ora puoi anche far nascere una rivoluzione”.

Era evidente la necessità di trovare un luogo dove poter creare un laboratorio alchemico per quanti attraverso Osho ricercavano con sempre maggior determinazione la propria trasformazione e che ruotavano costantemente intorno al maestro, ormai stabilitosi a Bombay in un moderno appartamento ai Woodlands. Il flusso di ricercatori spirituali, soprattutto occidentali, aumentava sempre più, man mano che i primi araldi ritornavano nei loro paesi d’origine con la notizia che un buddha vivente era pronto a condividere il suo essere con chiunque andasse fino a lui.

Quelli piantati al Woodlands di Bombay furono i primi semi della futura comunità che nel 1974 avrebbe trovato a Pune (allora più conosciuta come Poona) la sistemazione per la fase successiva di questo viaggio infinito. Ci vollero quattro anni perché Osho si ritirasse completamente dalla vita pubblica per concentrare il lavoro solo sui suoi discepoli: benché non viaggiasse, teneva ancora sporadici discorsi – in auditori colmi a dismisura – i cui ascoltatori toccavano punte di 50.000.

Inoltre, per quanti desideravano passare dalla curiosità all’esperienza, creò campi di meditazione intensivi che guidava personalmente. La sua vitalità sprizzava tangibile per riversarsi su quanti partecipavano a questi campi. La sua voce spingeva e incoraggiava i meditatori portandoli a una travolgente intensità, e la sua presenza li guidava, trasformandosi in un agente catalizzatore, il cui potere magnetico trasportava in spazi meditativi sempre più profondi.

“Quando smisi di viaggiare avevo già raccolto intorno a me un buon numero di persone, e così iniziai una nuova fase: campi di meditazione, in località collinari o nel lontano Kashmir. Per un po’ ha funzionato, perché mi tenevo lontano dalle città, ma i politicanti non possono stare a lungo senza far nulla. Avevano così paura di essere estromessi dalle loro posizioni di potere che cominciarono a ostacolare i nostri campi di meditazione. Scoprivamo solo al nostro arrivo che le prenotazioni alberghiere fatte in precedenza erano state cancellate dal governo locale con la scusa di dover tenere – proprio in quell’albergo – una qualche conferenza, che in realtà poi non sarebbe mai avvenuta. Quando divenne impossibile organizzare campi di meditazione, mi trasferii a Pune – per rimanervi. Ora chiunque voglia venire da me deve venir qui, perché è stato reso praticamente impossibile ogni mio movimento.”

“Scoprii che questi campi di meditazione mi stavano creando dei problemi. Il parlamento del Rajasthan votò per non farmi più entrare in quello stato. E io avevo organizzato campi a Mount Abu, che è appunto in Rajasthan. In Gujarat, fu il primo ministro stesso, Morarji Desai, a proporre una legge per bandirmi da quello stato. E io andavo di solito a tenere campi di meditazione in quello stato, a Nargol… chilometri e chilometri di grandi alberi saru. Sotto c’è sempre ombra perché in alto sono molto ricchi di rami e foglie, e crescono vicini l’uno all’altro. Essendo proprio di fianco al mare si può sentire il rumore delle onde che si frangono e ascoltarlo mentre si è seduti nella foresta, ben distanti l’uno dall’altro.”

Il 21 marzo 1974, Osho festeggiò due volte il ventunesimo anniversario della sua illuminazione: in mattinata nell’appartamento ai Woodlands di Bombay, e nel pomeriggio a Pune, in una proprietà di quasi tre ettari situata al 17 di Koregaon Park, dove si iniziò a creare lo Shree Rajneesh Ashram.

Lo spostamento a Pune segnò un rapido cambiamento di scena: intorno al maestro si consolidò una comunità, all’interno di un ashram in cui era possibile sperimentare tecniche di meditazione e metodi di vita utili per ritrovare un’armonia dimenticata. La regia divenne sempre più sottile, Osho era sempre meno visibile: dopo un breve periodo di malattia e di isolamento, usciva ormai dalla sua stanza solo per i discorsi del mattino e per il darshan serale – dove iniziava al sannyas ricercatori che arrivavano sempre più anche dall’Occidente, oltre a rispondere alle loro domande, consigliando loro anche meditazioni personalizzate.

A Pune i primi discorsi in inglese, nel maggio 1974, furono basati su domande e risposte, Osho spiegava i suoi metodi, il rapporto maestro discepolo, e lo sviluppo del suo lavoro. Pubblicati con il titolo La mia via, la via delle nuvole bianche, ebbero il potere di attirare un gran numero di ricercatori spirituali dall’Occidente.

Nel primo campo di meditazione tenuto a Pune, Osho annunciò l’inizio di una nuova fase: per la prima volta non avrebbe guidato più di persona le meditazioni, per l’occasione la sua poltrona, vuota, venne portata nella nuova Meditation Hall. “Se vuoi essere con me non puoi essere nella mente. Le due cose non possono succedere insieme. Quando sei nella mente non sei con me; quando non c’è la mente, tu sei con me. E io posso lavorare solo se tu sei con me. Questo campo, da molti punti di vista, sarà diverso. Sto iniziando una fase completamente nuova del mio lavoro… Una novità è che io non sarò presente; ci sarà solo la mia poltrona vuota. Ma vedete di non sentire la mia mancanza, perché in un certo senso io sarò là, e d’altra parte di fronte a voi c’è sempre stata una poltrona vuota. Anche adesso questa poltrona è vuota, non c’è nessuno seduto qui. Io vi sto parlando, ma non c’è nessuno che vi sta parlando. È difficile da capire… ma anche adesso questa poltrona è vuota. Finora, in tutti gli altri campi di meditazione, sono sempre stato con voi perché non eravate pronti. Adesso sento che siete pronti. E avete bisogno di essere aiutati a diventare sempre più pronti a lavorare in mia assenza, perché se sono presente potreste provare un tipo di entusiasmo che è falso. Il solo fatto di sentire che sono presente vi può spingere a fare cose che non avreste mai pensato di fare: potreste sforzarvi solo per impressionarmi. Ma questo non servirebbe a nulla, è utile solo ciò che arriva veramente dal vostro essere. La mia poltrona sarà là. Io continuerò a osservarvi, ma sentitevi completamente liberi. E non pensate al fatto che io non sono presente perché questo potrebbe deprimervi, e quella depressione disturberà la vostra meditazione.”

In aggiunta alla Meditazione Dinamica, Osho sviluppò in questo primo anno a Pune molte nuove meditazioni della durata di un’ora: Whirling, Kundalini, Nataraj, Nadabrahma, Gourishankar, Vipassana, Devavani, Mandala – le stesse che continuano a essere tutt’oggi alla base del programma giornaliero della Comune. L’obiettivo era di adeguare il vasto patrimonio delle tecniche di meditazione sviluppate nei secoli in Oriente, alle necessità dell’uomo dei nostri giorni, sia orientale che occidentale.

“La meditazione non era qualcosa di arduo o difficile, ma per la mente occidentale o persino per la mente orientale contemporanea – totalmente conquistata dall’ideologia dell’Occidente – non è un compito facile osservare la mente. È stata talmente riempita a forza di rifiuti e spazzatura, che il semplice osservarla ti fa quasi impazzire. È un film che comincia, ma non finisce mai. Puoi continuare a guardare, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e la mente è sempre pronta a fornirti nuove immagini, nuovi sogni. Proprio per questo ho dovuto creare qualche altra tecnica – Dinamica, Kundalini e così via – prima che tu possa affrontare una meditazione come Vipassana, di silenziosa osservazione della mente. Ho creato delle tecniche per aiutarti nella catarsi, un aiuto a liberarti della tua spazzatura invece di perdere tempo a osservarla.”

Giardini Zen all'Osho Teerth Ashram di Pune
Giardini Zen all'Osho Teerth Ashram di Pune

Negli stessi anni Osho diede il via anche ai primi gruppi di terapia, nella cui struttura erano incluse ogni giorno le meditazioni Dinamica e Kundalini – oltre al campo di meditazione all’inizio o alla fine del gruppo stesso. A guidarli erano terapisti del movimento di crescita interiore, sviluppatosi negli anni sessanta soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti, che avevano scoperto come l’incontro con un maestro illuminato e con la meditazione potesse dare al loro lavoro – oltre che alla loro stessa crescita – possibilità e prospettive prima inimmaginabili.

“Quando qui a Pune è nata l’università (l’organizzazione dei gruppi e delle sessioni individuali) qualcuno l’ha chiamata Esalen Est. Esalen è un centro di crescita interiore in California. E tu mi chiedi se questa università è differente dai centri di crescita californiani. Di sicuro è differente! Persino il fondatore di Esalen è venuto a Pune per essere iniziato al sannyas. È diventato un sannyasin. E si è potuto accorgere della differenza: quello che si faceva là era solo lavoro intellettuale, e quello che viene fatto a Pune è invece esistenziale ed esperienziale. A Esalen non c’era nulla di simile alla meditazione, e la meditazione è il mio insegnamento fondamentale.”

Era Osho, durante i darshan, ad assegnare alle persone i diversi gruppi da fare, e a incontrarsi con i partecipanti, una volta terminato il gruppo, fornendo anche consigli ai diversi terapisti che guidavano i gruppi. Alla fine del 1977 erano già disponibili una cinquantina di gruppi diversi e l’Ashram iniziò a essere conosciuto come il più grande centro di crescita spirituale di tutto il mondo, attirando decine di migliaia di persone ogni anno. “Mi chiedi se è vero che ho detto che i miei terapisti sono i migliori del mondo, e qual è la differenza fra loro e i famosi terapisti di Esalen. Certo che i miei terapisti sono i migliori, per la semplice ragione che gli altri sono semplicemente terapisti, non sono meditatori. I miei sono anche dei meditatori. La terapia è qualcosa di superficiale, può pulire il terreno, ma avere semplicemente un terreno pulito non è come avere un giardino. C’è bisogno di qualcosa di più. La terapia non è costruttiva: toglie solamente le erbacce, tira via le pietre dal terreno, lo prepara a essere un giardino. Ma il suo lavoro finisce qui. La terapia occidentale è ancora a uno stadio molto primitivo. Deve farne ancora di strada! E finché non si unisce alla meditazione, può solo recare un po’ di beneficio in superficie, ma non può realmente aiutare la persona a crescere. E richiede così tanto tempo. Ci sono persone che sono state in psicoanalisi – o altri tipi di terapie – per dieci, dodici anni. Hanno cambiato terapista, ma i loro problemi sono rimasti gli stessi. Hanno scavato a fondo nei sogni; hanno provato nuove scuole – Freud, Jung, Adler, Assagioli – e le loro spiegazioni per un po’ sono sembrate davvero importanti. Ma non hanno portato alcun cambiamento. Sembra anzi che le persone finiscano con il diventare dipendenti dalla terapia.”

Questo tipo di lavoro iniziato da Osho a Pune, in cui le tecniche terapeutiche occidentali venivano rivoluzionate attraverso i metodi di meditazione orientali venne definito da lui la “psicologia dei buddha”. Mentre la tradizionale psicologia occidentale si occupa quasi unicamente di curare le patologie mentali tentando al meglio di adattarle a una società di per se stessa non sana, e le tradizionali “psicologie” orientali, quali yoga, zen e sufismo, si rivolgono a persone sane ed equilibrate – peraltro sempre più difficili da trovare nella società odierna – per aiutarle a mantenersi tali, Osho individua l’urgenza di una terza psicologia che chiarisca finalmente l’obbiettivo finale del lavoro delle prime due.

Questo percorso, che inizia dalla psicologia occidentale, può portare solo verso una nuova forma di religiosità, ben diversa naturalmente dall’appartenenza a una qualsiasi delle religioni organizzate – ormai esclusivamente strutture socio-politiche con le quali ci si trova identificati per condizionamenti che risalgono fin dalla nascita – una religiosità che esprime la scelta individuale di trasformare la propria consapevolezza. “La psicologia dei buddha è un approccio totalmente radicale. Bisogna inoltrarsi nella propria consapevolezza senza dividerla, senza analizzarla, senza giudicarla, senza dare valutazioni, senza condannarla, senza dire niente al riguardo. Semplicemente entrarci e vedere esattamente di che cosa si tratta. La mente deve sparire del tutto, solo allora vi accorgerete di cosa sia la consapevolezza – perché la mente continua a creare increspature sulla superficie, e lo specchio ne è disturbato, continuando a riflettere in maniera distorta. Quando lo specchio svanisce completamente, la mente sparisce del tutto e rimane il puro silenzio, kokoro, il nulla, satori, samadhi – quel samadhi è lo stato del tuo essere indisturbato da ogni tipo di analisi. Quello è il tuo stato originario. Quello è ciò che si chiama divinità.”

Mentre il maestro si ritraeva sempre più dalla vita pubblica, il tipo di energia, di instancabile attività, che aveva caratterizzato i suoi anni precedenti si trasferiva, in qualche modo, nei suoi discepoli. Uscito di scena il maestro, vi entrarono i discepoli, che si misero al lavoro con un’esplosiva vitalità. C’erano da soddisfare le esigenze pratiche di un numero sempre maggiore di persone che in ogni modo e per le ragioni più disparate arrivavano fino a questo “incanto d’arancio”, la mitica Poona. Il cibo, le pulizie, la manutenzione, le costruzioni (risalgono a quel periodo il Chuang Tzu Auditorium, sede ora del samadhi di Osho, e la prima Buddha Hall), la logistica dei gruppi di terapia, i vestiti arancioni, i mala e le scatoline di legno intagliato che Osho regalava ai suoi sannyasin, la pubblicazione e distribuzione di libri, periodici e cassette che portavano in tutto il mondo le parole di Osho, le prime ridottissime coltivazioni biologiche… e persino, per un breve periodo di tempo, un paio di mucche per avere latte igienicamente sicuro. Tutto succedeva nell’Ashram. Dietro a tutto questo acceso dinamismo, che talvolta sconvolgeva certi visitatori abituati al ritmo sonnolento e “meditativo” del tradizionale ashram indiano, c’era Osho che invitava a sperimentare una nuova, necessaria, visione del lavoro.

“Il lavoro non è importante, bensì quello che succede dentro di te mentre lo svolgi: quello è il nocciolo della questione. Se porta luce nel tuo essere; se ti dà una profonda soddisfazione; se ti rende pieno di amore e di gioia – a quel punto è irrilevante ciò che stai facendo.” Non pochi di quelli che arrivavano per incontrare un maestro illuminato, sperimentarne le meditazioni, partecipare ai famosi – e spesso temuti – gruppi di terapia, rimanevano poi, una volta terminata questa “scuola preparatoria”, per partecipare alla vita della Comune usando appunto il lavoro come meditazione, come metodo di trasformazione personale. La meditazione cominciò sempre più a uscire dall’ambito delle tecniche, dall’eccezionalità delle situazioni nei gruppi di terapia, per permeare ogni attività, la vita di tutti i giorni. E l’ashram divenne così un laboratorio di vita, un Buddhafield: “È un campo di energia in cui voi potete iniziare a crescere, a maturare, dove il vostro sonno può essere spezzato, dove potete essere scossi alla consapevolezza. È un campo elettrico dove non riuscirete più ad addormentarvi, dove dovrete stare svegli.” E, oltre la vita, la meditazione inizia a permeare, nell’esperienza che i discepoli di Osho fanno all’interno del Buddhafield, anche la morte.

Quando nel 1976 una sannyasin olandese che viveva nell’Ashram, Ma Vipassana, muore di un tumore cerebrale, Osho dice: “Vipassana ha accettato la morte, questa è una delle cose più difficili da fare, è possibile solo se sei in profonda meditazione. Altrimenti è impossibile, perché la mente, l’intera mente umana è stata condizionata contro la morte. Ci hanno insegnato per secoli che la morte è contro la vita, che la morte è nemica della vita che la morte è la fine della vita. E così noi siamo spaventati e non possiamo rilassarci. E se non siamo rilassati riguardo alla morte, rimarremo tesi per tutta la vita – perché la morte non è separata dalla vita. Non è la fine della vita, al contrario, ne è il crescendo, il culmine. Chi ha paura della morte ha paura di tutto. Perderà ogni occasione. Se non accetti la morte rimani solo a metà, rimani solo una parte, rimani zoppo. Quando accetti anche la morte, diventi bilanciato. Allora accetti tutto – il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, la luce e il buio.”

Durante i sette anni – dal 1974 al 1981 – di Pune Uno (come più tardi verrà chiamata per distinguerla dal periodo di Pune Due e cioè dopo l’87) Osho continuò a parlare ogni mattina, commentando, durante il discorso, gli insegnamenti di mistici illuminati di ogni tradizione spirituale: tao, zen, cristianesimo, chassidismo, sufismo, induismo, baul, buddhismo tibetano, tantrismo; dando così una nuova vita alle parole di Kabir, Pitagora, Sosan, Hakim Sanai, Lao Tzu, Gesù, Buddha e tanti altri maestri del passato. Dalla trascrizione di questi discorsi verranno tratti più di 240 libri (senza contare i diari dei Darshan). A giorni alterni Osho rispondeva a domande scritte inviate dagli ascoltatori, che toccavano ogni possibile argomento. Pur chiarendo molte volte che la verità non può essere espressa a parole, che la cosa più importante è il silenzio fra le parole stesse, attraverso questi commentari Osho cattura l’interesse di molti che stanno ancora cercando una qualche verità all’interno di riferimenti culturali – le religioni organizzate – ormai consumati dall’abitudine, dall’ipocrisia e dal conformismo. Un esempio evidente è l’estremo interesse suscitato nell’Europa cristiana dai suoi commenti ai Vangeli apocrifi di S. Tommaso.

“Ho dovuto prendere una strada così lunga perché non c’era nessuna altra possibilità. Dovevo essere molto indiretto. Dal momento che mi sono illuminato ho iniziato a dire che dio non esiste – e tutti si sono scandalizzati! Così ho dovuto cambiare un po’ le cose: «Dio esiste, ma non è una persona, è solo una presenza». Ho indorato la pillola. Sto semplicemente dicendo che dio non c’è. Ma così suona meglio: non una persona, solo una presenza. Ma cos’altro posso fare? Se certa gente è stupida… Ho dovuto fare tutto questo per una ragione molto semplice: chi potevo scovare, con chi potevo condividere la mia esperienza? Ci sono gli indù, ci sono i musulmani, ci sono i cristiani, ci sono i buddhisti, ci sono i sikh, ci sono i parsi… non si riesce più a trovare una sola persona che sia un essere umano e basta, sono tutti già suddivisi in fazioni. L’unica possibilità è catturare l’attenzione dei cristiani attraverso Gesù, degli ebrei con Mosè, degli indù con Krishna. Una volta entrati in sintonia con me, poi capiranno…”

“È molto facile connettersi con me. Io cammino insieme a te sulla strada che tu stai già percorrendo, solo così riesco a condurti – insieme a me – ancora più avanti. Prima vengo con te e ti rendo totalmente felice, perché sono sulla tua stessa strada. Prima o poi tu te ne scordi, le cose cambiano e tu cominci a percorrere la mia strada. Io sono pronto a raggiungerti nelle valli – le valli più oscure, dovunque ti trovi – sono pronto a entrare nella caverna del tuo inconscio… nella maniera che vuoi. Sono pronto ad arrivare fin lì. E una volta che ci sono entrato posso portarti fuori da lì.”

E così Osho per sette anni continuò a parlare, toccando mille argomenti, rispondendo a più di diecimila domande. Non lasciò nulla di intentato per “confondere” la mente di quanti – evidentemente – della mente erano prigionieri e schiavi: i suoi discorsi erano un espediente per poter arrivare a comunicare usando il linguaggio del silenzio. Intanto continuava ad arrivare sempre più gente: se nel 1976 per la celebrazione del giorno dell’illuminazione di Osho (21 marzo) si erano radunate duemila persone, nel 1978 erano già settemila, e così per la prima volta Osho tiene un darshan collettivo con musica, danze e silenzio, in una Buddha Hall il cui tetto era stato completato da poco. L’arrivo di così tanti ricercatori spirituali dall’Occidente crea qualche tensione – aggressioni a sannyasin occidentali, problemi con i visti, permessi di costruzione revocati – con l’opinione pubblica e le autorità: di fronte agli innegabili vantaggi all’economia locale, ci sono altrettanto innegabili violazioni della tradizione religiosa.

“In quei sette anni il mio approccio cominciò ad essere sempre meno diretto prevalentemente verso gli indiani. Iniziarono ad arrivare persone da tutto il mondo. Eravamo diventati – in India – un’isola dove si potevano trovare cinesi, giapponesi, coreani, americani, tedeschi, italiani, francesi, inglesi, svizzeri, olandesi, persino persone dall’Unione Sovietica. Ma gli indiani erano scomparsi, per il semplice motivo che io non rinforzavo le loro credenze. Io stavo distruggendo le loro credenze, e stavo creando una visione assolutamente nuova della meditazione, una visione che non aveva bisogno di nessun supporto da parte di un sistema di credenze. Ecco perché iniziarono ad arrivare da ogni angolo della terra persone con una mente aperta, stanche ormai delle loro religioni, dei loro preti, delle loro chiese o sinagoghe. Erano pronte, perché per loro ormai non era più questione di credere in qualcosa, ma solo di sperimentare. E più sperimentavano, più si accorgevano di un’energia nuova che cresceva in loro. Che ci importa di dio? Che ci importa del paradiso? Possiamo creare il paradiso qui. E quando sei in meditazione, in profondo silenzio, sei dio, niente di meno – anzi un po’ di più, perché dio è una fantasia e tu sei una realtà. Mi accorsi che forse l’India era arrivata a un punto dove non poteva più accettare alcuna verità vivente.”

Per sviluppare ulteriormente il proprio lavoro fin dal 1977 Osho cercò un posto più grande e più isolato, dove la comune si potesse espandere lontana dal sovraffollamento e dagli intrighi di una grande città. Il primo tentativo, una proprietà di trecento ettari a Kulch, in Gujarat, isolata residenza di un antico maragià, incontra l’opposizione del primo ministro indiano del tempo, Morarji Desai – un tradizionalista indù – che blocca il progetto usando ogni pretesto: vicinanza a basi militari, problemi di sicurezza nazionale dovuti alla presenza di stranieri vicini al confine, e così via. Anche il tentativo, nel 1980, di trasferirsi a Saswad, località a venticinque chilometri da Pune dove erano stati acquistati più di trecento ettari e un castello di qualche centinaio d’anni, incontra simili difficoltà. Vengono creati ostacoli burocratici al limite dell’assurdo, perché di fatto nessuno vuole prendersi la responsabilità di dare il nulla osta, e poter quindi essere accusato di favorire una figura così controversa e avversata da tutti i politici. E sebbene alcune attività dell’Ashram vengono trasferite nel nuovo posto nel marzo 1981, ulteriori problemi legali concernenti l’approvvigionamento dell’acqua rendono nei fatti impossibile la nascita di questa “nuova comune”.

Rimaneva fondamentale nella visione di Osho il lavoro come meditazione, come espressione della propria creatività, intesa non tanto nel senso corrente, legato all’espressione artistica, quanto piuttosto come segno di un amore per se stessi e per la vita che non dipende assolutamente dal tipo di lavoro che si svolge, ma solo dalla bellezza e dalla totalità con cui si riesce a eseguire ogni compito. “Stiamo tentando di vivere una vita meditativa, facendo lavori ordinari, ma dando a queste attività una qualità diversa. Le persone lavorano in cucina, o puliscono i bagni, sono nella falegnameria, nella sartoria, nel panificio o nel giardino – il solito tipo di occupazioni, ma con una qualità differente: con gioia, con un profondo silenzio interiore, con amore, con soddisfazione, con una danza nei loro cuori – celebrando.”

A una sannyasin che propone la sua attività di tessitrice dice: “Mi piace questa tua idea di impiantare telai per fare tappeti. È una delle vecchie attività tradizionali dei Sufi, dovremmo farlo anche noi, è davvero una bella cosa. I Sufi hanno ragione, la pensano giusta: medita, ma dai anche qualcosa alla società. E se qualcosa può essere fatto giocosamente, non si tratta più di un’attività commerciale, ma di meditazione. Vorrei che la mia comune diventasse così a poco a poco. Ci sono così tante cose da fare. Questa comune deve diventare profondamente creativa, ma tutta questa creatività non deve trasformarsi in lavoro – questo è di vitale importanza. Deve essere giocosa, sincera ma non seria, e impegnata: ci deve essere dedizione, coinvolgimento ma non finalizzato a un risultato. È come l’arte per amore dell’arte: la gioia è intrinseca.”

Anche da questa visione, che non vuole assolutamente negare la vita di ogni giorno, bensì affermarne fino in fondo l’importanza come base per la meditazione, come trampolino per raggiungere le più sublimi altezze, nasceva la figura mitica, l’emblema dell’edonismo spirituale: Zorba il Buddha – di cui Osho iniziò a parlare proprio in quel periodo. “Sto insegnando alla mia gente a vivere una vita totale, senza divisioni. Non c’è alcun bisogno di posporre. Sii naturale. Voglio che Buddha, Gautama il Buddha, e Zorba il Greco si avvicinino sempre di più – diventino una persona sola. Il mio sannyasin deve essere Zorba il Buddha. Portare sempre più vicini la terra e il cielo. Fare in modo che dio e questo suo mondo si uniscano. Lascia che il tuo corpo e la tua anima siano una cosa sola – una canzone cantata a due voci, una danza dove corpo e anima si incontrano e si fondono.”

Dal 1979 ci sono cambiamenti anche durante i darshan, gli incontri serali con il maestro. Osho dichiara che sta iniziando una nuova fase del suo lavoro: invece di rispondere alle domande dei partecipanti – che nel frattempo sono aumentati fino a un centinaio di persone – adesso ne chiama alcuni per un “energy darshan a distanza ravvicinata” utilizzando medium e musica dal vivo. In questo nuovo esperimento l’ospite (spesso anche più di uno alla volta) viene chiamato a sedere proprio di fronte a Osho, circondato dalle medium, che spesso, appoggiando le mani sulle sue spalle, ondeggiano o ballano sul posto. E Osho tocca l’ospite, e talvolta anche le medium, sul terzo occhio. Durante questi energy darshan ogni attività viene sospesa, e le luci vengono spente in tutto l’ashram, così che chiunque può “partecipare” in silenzio e meditazione oppure danzando in Buddha Hall. [Osho qui parla alle medium prima di iniziare un energy darshan] “Dovete essere con me in un rapporto che non è affatto un rapporto. Così quando io vi metto la mano sulla testa non è la mano di qualcun altro, è la vostra stessa mano. Questa sensazione deve diventare più forte. E man mano che si espande vi sarà sempre più facile diventare un veicolo della mia energia. Dovete ricordarvi che il vostro essere medium diventerà la vostra meditazione più importante. Non sarà solo un aiuto per l’ospite, per chi viene per un energy darshan: sarà anche una crescita importantissima per il vostro intero essere.”

La tendenza ad andare al di là delle parole, nel lavoro con i discepoli diventa sempre più evidente: già nel giugno del 1979 – prima di iniziare la lunga serie di commentari al Dhammapada di Gautama il Buddha – c’era stato un esperimento di dieci giorni in cui il discorso del mattino era stato sostituito dal satsang – una comunione silenziosa – dove i partecipanti sedevano in meditazione alla presenza di Osho, con momenti di musica intervallati da periodi di puro silenzio. “Queste parole del Buddha arrivano da un eterno silenzio. Vi possono raggiungere solo se le ricevete in silenzio. Queste parole del Buddha arrivano da uno spazio di assoluta purezza. A meno che voi non diventiate un veicolo, un ricettacolo, umile, senza ego, sveglio, consapevole, non riuscirete a comprenderle. Le capirete intellettualmente – sono parole molto semplici, le più semplici. Ma la loro stessa semplicità diventa un problema, perché siete voi a non essere semplici. Sono davvero contento, perché dopo questi dieci giorni di silenzio posso affermare che molti di voi sono pronti adesso a essere in comunione con me nel silenzio. Questo è la forma più alta di comunicazione. Le parole sono inadeguate: le parole comunicano, ma solo parzialmente. Il silenzio porta a una totale comunione. E usare le parole è anche pericoloso, perché il significato rimarrà con me e solo la parola vi raggiungerà, e voi le darete un significato vostro, una vostra sfumatura. Non conterrà più la stessa verità che intendeva avere, conterrà qualcosa di diverso, un significato molto più povero, il vostro significato, non il mio. È possibile travisare il linguaggio, ma non è possibile distorcere il silenzio. O lo capite o non lo capite. Per questi dieci giorni ci sono stati solo due categorie di persone qui: quelli che hanno capito e quelli che non hanno capito. Ma non c’è stata neppure una persona che ha frainteso. Con le parole è proprio il contrario, è molto difficile capire bene ed è molto difficile capire che non si è capito bene… è quasi impossibile. Rimane un’unica possibilità: capire male. Questi dieci giorni sono stati di una strana bellezza, e anche di una misteriosa maestosità. Molti temevano che non avrei più ripreso a parlare… ed era possibile. Le parole per me stanno diventando sempre più uno sforzo. Devo dire qualcosa e così continuo a parlarvi. Ma mi piacerebbe che foste pronti il prima possibile così da poter semplicemente sedere in silenzio… ascoltare il canto degli uccellini… o anche solo il battito del vostro cuore… semplicemente essere qui, senza nulla da fare… Preparatevi il più velocemente possibile perché posso smettere di parlare in ogni momento.”

Questo momento arrivò nel maggio 1981, con una comunicazione diffusa in tutto il mondo che annunciava che Osho: “Ora non comunica più con le parole, ma attraverso il linguaggio stesso dell’esistenza: il silenzio”. E di nuovo il discorso del mattino venne sostituito dal satsang, una comunione cuore a cuore. Questa nuova fase offriva la possibilità di sperimentare l’energia di Osho indipendentemente dalla sua presenza fisica, o dalle sue parole: era un ulteriore allontanamento dalla dimensione fisica: “Il giorno in cui riuscirete a vedere questa sedia vuota, questo corpo vuoto, quest’essere vuoto, avrete visto me: sarete in contatto con me. È questo il momento in cui il discepolo incontra davvero il maestro. È un dissolversi, un annichilimento… la goccia che si dissolve nell’oceano, oppure, l’oceano che si scioglie nella goccia. È lo stesso fenomeno! Il maestro che scompare nel discepolo e il discepolo che scompare nel maestro. In questo caso l’unica cosa che predomina è silenzio profondo. Non è più un dialogo.”

Ormai Osho – attraverso le sue meditazioni, i suoi discorsi registrati dapprima in audio ma ben presto anche su video, i suoi libri (nel 1981 già tradotti in 13 lingue), i suoi sannyasin in centinaia di centri di meditazione sparsi in tutto il mondo – si rivolgeva all’intera umanità: in questi sette anni oltre 5 milioni di persone avevano visitato la Comune di Pune, e l’interesse della stampa mondiale (seppur con un tono spesso scandalistico) era salito a livelli che avevano messo in allarme istituzioni e religioni organizzate che vedevano con preoccupazione come il messaggio di vita lanciato da Osho sembrava l’unica alternativa possibile per un numero sempre maggiore di persone.

“Fino a ora l’uomo non ha avuto una vita vera, autentica: ha vissuto qualcosa di falso, di malato, di veramente patologico. Non c’è alcun bisogno di vivere così: possiamo uscire dalla prigione, perché questa prigione l’abbiamo costruita con le nostre mani. Siamo in questa prigione perché abbiamo deciso di farlo, perché abbiamo creduto che questa non fosse una prigione ma la nostra casa. Guardate cosa l’uomo ha fatto a se stesso! In tremila anni si sono combattute cinquemila guerre. Non potete considerare sana una simile umanità! E solo ogni tanto è sbocciato un buddha. Se in un giardino solo una volta ogni tanto sboccia un fiore e per il resto è assolutamente tutto spoglio, continuate forse a considerarlo un giardino? Ci deve essere qualcosa di fondamentalmente sbagliato, perché ogni persona è nata per essere un buddha.”

Nella primavera del 1981, un peggioramento delle condizioni di salute di Osho portò alla decisione di andare in Occidente dove erano disponibili tecnologie e cure mediche adeguate. E così il 1 giugno 1981, Osho lascia Pune, accompagnato da alcuni discepoli. Dopo aver lasciato Pune e l’India – “fuggito nel mezzo della notte” come titolarono alcuni giornali scandalistici del tempo, al che Osho fece notare che lui non poteva farci nulla se i voli internazionali partivano da Bombay a notte fonda e che aveva lasciato Pune sotto gli occhi di tutti, “In pieno giorno con la mia Rolls e tre altre auto!” – la prima tappa fu il New Jersey, negli Stati Uniti, dove i sannyasin locali avevano comprato una grossa villa, conosciuta come “il castello”, per ospitarlo. Il cambiamento di clima ebbe subito risultati favorevoli sulla sua salute: sulle allergie, sugli attacchi d’asma, e anche sui problemi alla schiena che erano stati in precedenza molto aggravati dall’umidità di Pune. Ancora meglio si trovò visitando, il 29 agosto, la comune di sannyasin che nel frattempo aveva iniziato a formarsi in un vasta proprietà nell’Oregon centrale. Osho si stabilirà lì fino all’85, acquistando sempre più una posizione di primo piano sui mezzi d’informazione degli interi USA.

“Il giorno che entrai in America la prima domanda che mi fece il funzionario dell’ufficio immigrazione fu: ‘Lei è un anarchico?’ Mi avevano informato in precedenza che gli anarchici non sono ammessi negli Stati Uniti.

Gli risposi: ‘Sono qualcosa di più.’

Lui disse: ‘Accidenti! su uno che è qualcosa di più che anarchico il regolamento non dice nulla.’ Aveva il suo libro davanti: comunisti e anarchici non sono ammessi… ma qualcosa di più…?

Mi disse: ‘Sembra davvero che lei sia qualcosa di più, ma questo le creerà dei problemi, e causerà problemi anche a noi.’

‘Io sono una persona che sta in silenzio,’ replicai ‘e non lascio mai la mia stanza.’

‘È questo il pericolo,’ disse lui ‘ma dato che nelle leggi non c’è nulla per impedire l’ingresso a qualcuno che è più che un anarchico, devo lasciarla entrare.’ E proprio da quel momento iniziò uno scontro che durò per 5 anni.”

La proprietà acquistata in Oregon copriva circa 300 Km², si trattava di una vecchia immensa tenuta chiamata “Big Muddy Ranch” sfruttata fino all’esaurimento e ormai inadatta persino per il pascolo, il più vicino centro abitato (non più di 50 persone) era a 30 chilometri. Gli unici edifici erano un paio di case, più stalle e fienili ormai abbandonati; il terreno, da un punto di vista amministrativo, era persino diviso fra due diverse contee. Nel giro di poco tempo – pur fra una miriade di ostacoli legali creati da politicanti locali di tendenza prevalentemente cristiano-fondamentalista – quella proprietà si trasformò in una cittadina in grado di accomodare 4/5000 residenti fissi più circa 15.000 persone durante le celebrazioni annuali in luglio; sarebbero state costruite strade, case, ponti, persino un piccolo aeroporto, oltre a un centro commerciale con negozi, caffè, ristorante, ufficio postale e un albergo. I servizi essenziali sarebbero stati centralizzati con una grossa mensa (più tardi 2) per i pasti e un sistema di trasporti pubblici che arrivò a contare 115 autobus e a essere uno dei maggiori dello stato dell’Oregon. Dietro a tutto ciò stava anche un rapporto con la terra che tendeva a restituirle quello che le era stato tolto in anni e anni di insensato sfruttamento. I problemi principali: erosione, scarsità d’acqua, generale impoverimento del suolo furono affrontati con impegno, creatività e amore. I numerosi torrenti locali, che si erano scavati letti profondi e durante le rare ma intense piogge erodevano sempre più il terreno, impoverendolo, furono oggetto di particolare attenzione. I ginepri, che avevano infestato praticamente ogni spazio disponibile impedendo qualunque altra forma di vegetazione, furono in parte tagliati e utilizzati sia per rinforzare le rive dei torrenti sia per costruire una serie – quasi 200 in tutto – di piccole dighe che rallentando il corso delle acque permettevano il depositarsi di suolo fertile e il ricostruirsi di un ecosistema naturale intorno ai corsi d’acqua, dove furono piantati salici, olmi e pioppi neri. Lo stato del terreno coltivabile fu studiato per vedere quali tipi di culture biologiche fossero le più adatte e si iniziò a recuperare a una agricoltura sostenibile migliaia di acri classificati in precedenza come improduttivi.

“Qui non c’erano uccellini che cantavano, qui non c’erano alberi in fiore. Era una terra morta; noi l’abbiamo fatta rivivere. Adesso gli uccelli hanno iniziato a ritornare. La natura è in profonda armonia quando ci sono così tante persone che amano, cantano e danzano. Gli uccelli hanno cominciato a ritornare in questa terra, i fiori hanno ricominciato a sbocciare.”

Fu costruita una stalla per 60 mucche da latte, comprensiva di impianto di riciclaggio per la produzione di gas metano e fertilizzanti, e un gigantesco pollaio che ospitava più di 700 galline ovaiole, oltre ad anatre ed oche, con 2 emù sul perimetro esterno che proteggevano i pennuti più piccoli da predatori quali ad esempio i coyote. Visto il totale bando alla caccia, anche questi animali erano riapparsi; insieme a tutta una popolazione di cervi che, nelle zone senza traffico, arrivavano senza timore fin quasi sulla veranda di casa.

A coronare tutto questo impegno, un progetto da 1,5 milioni di dollari portò alla costruzione in soli 4 mesi di una diga con un bacino della portata di quasi un milione e mezzo di metri cubi d’acqua. Il lago così ottenuto, dedicato a Krishnamurti, venne utilizzato oltre che per l’irrigazione e il controllo delle piene, anche a scopi ricreativi, con barche, piccolo molo e trampolini. Tutto questo fermento, basato su una dedizione totale da parte dei sannyasin – si lavorava anche 12/14 ore al giorno, 7 giorni la settimana – esprimeva la creatività, la voglia di vivere, di sperimentare; l’amore per qualsiasi attività, intrapresa con impegno, ma intesa come gioco: a esempio non solo si iniziò a coltivare anche la vite con un complesso sistema di irrigazione sotterranea, ma in una delle serre c’era persino un banano – questo per rispondere a un’osservazione sarcastica di un agricoltore locale che aveva detto più o meno: “Cosa siete venuti a fare fin qui dall’India, a coltivar banane?” e al quale a tempo debito furono inviati un paio di questi frutti in omaggio. Osho nel frattempo rimaneva in silenzio, vivendo a Lao Tzu Grove: una serie di case mobili ombreggiate da pini, in una valletta tranquilla e isolata. Nelle quattro date annuali delle celebrazioni appariva in pubblico per un darshan, e tutti i giorni dell’anno guidava per un’oretta o due, dapprima raggiungendo la vicina cittadina di Salem, ma in seguito – dopo che un locale predicatore aveva iniziato a organizzare picchetti contro questo “anticristo” ed erano iniziate a circolare magliette con la faccia di Osho inquadrata nel mirino a cannocchiale di un fucile – rimanendo all’interno della proprietà della Comune e infine addirittura scortato da forze di polizia.

Nel luglio dell’82 venne organizzato un primo festival di una settimana al quale parteciparono 20.000 persone da tutto il mondo: Osho apparve tutte le mattine per un satsang silenzioso, e nel pomeriggio ali di sannyasin e amici festeggiavano il suo passaggio in auto con musica, canti e fiori, in quello che verrà poi chiamato il “drive by”. Il festival estivo viene in seguito organizzato tutti gli anni fino all’85. Nonostante il silenzio di Osho anche di quei primi anni del Ranch rimangono tre volumi con le sue parole – Bagliori di un’infanzia dorata, Appunti di un folle e Libri che ho amato – tratti dagli appunti che il dentista di Osho prese, con l’aiuto della sua assistente, all’interno di una serie di trattamenti odontoiatrici che durarono per qualche tempo. Sono libri in un certo senso unici, con una fragranza particolare: Osho qui non sta commentando sutra o rispondendo a domande, bensì parlando in un’atmosfera intima e raccolta alle tre-quattro persone presenti – ricordando episodi della sua fanciullezza, discorrendo di libri che gli sono piaciuti, di situazioni della sua vita di tutti i giorni, aprendo squarci sulla realtà di un illuminato e offrendoci fulminee intuizioni.

Anche dal suo isolamento però Osho non smise di utilizzare i più diversi stratagemmi per scuotere la vita dei suoi discepoli e portarli a un risveglio, o comunque a una maggiore consapevolezza. Nel giugno dell’84 organizza un incontro con alcuni dei suoi discepoli, nel corso del quale li dichiara illuminati, oltre a fornire liste di altri sannyasin illuminati, o di chi lo diventerà prima della morte e creando un comitato di quelli che continueranno il suo lavoro. Le reazioni furono molteplici. Uno dei suoi più vecchi sannyasin, Maitreya (il solo di cui in seguito Osho dirà che era davvero illuminato) esce dalla riunione mormorando: “Osho è davvero un briccone!”. Altri scrissero lettere di lamentele perché non erano stati inclusi nell’elenco: “Sono stato con te più a lungo di quelle persone, e ancora non sono illuminato. Ti sei per caso dimenticato di me?”, ritenendo evidentemente che l’illuminazione fosse qualcosa che il maestro potesse dare a qualcuno e non ad altri, a seconda delle sue preferenze. Un sannyasin indiano, Vinod Bharti, dopo un paio di notti insonni fece pervenire a Osho un accorato messaggio dove diceva che lui stesso sapeva perfettamente di non essere illuminato e che la dichiarazione di Osho lo aveva messo proprio nei pasticci: non poteva dire che il suo maestro aveva torto, ma nello stesso tempo non poteva neppure affermare di essere illuminato. Un famoso terapista, ormai da tempo lontano dalla comune e dal mondo sannyasin, si premurò subito di telegrafare a un altro famoso terapista “rivale” chiedendogli: “Io ci sono nella lista, e tu?”. Un altro ancora scrisse a Osho che l’essere stato dichiarato illuminato non gli aveva procurato alcuna gioia particolare, ma che era davvero contento di essere stato ammesso nel comitato degli illuminati. E Osho commenterà più tardi – quando finalmente rivelerà che era stato tutto uno scherzo, anzi, uno stratagemma per aiutare la gente a essere più consapevole del proprio rapporto inconscio con l’idea dell’illuminazione – che in realtà questa persona pensava già di essere illuminata e quindi era contenta solamente perché c’era stato un riconoscimento gratificante per il suo ego. Altri ancora reagirono a tutta questa faccenda con molta più semplicità: organizzando magari una festa con gli amici per celebrare l’avvenimento e continuando la loro vita di tutti i giorni. “Era uno stratagemma per vedere come avrebbero reagito le diverse persone. La tua reazione è stata davvero bella: ‘Se Osho dice che sono illuminato, deve essere proprio così.’ Mostra fiducia, amore, non ha nulla a che fare con l’ego. Anche nel tuo festeggiare quella occasione con gli amici non vedo alcun problema. E quando io dichiarai che era tutto uno scherzo non ti sei affatto arrabbiato. Ti sei comportato alla stessa maniera: ‘Se Osho dice che è stato tutto uno scherzo e non sono illuminato, allora forse non sono illuminato ed è stato davvero uno scherzo.’ E durante i sei mesi che hai vissuto da illuminato, tutta la gioia, la pace e la serenità che hai provato non erano causati dall’illuminazione, bensì dal tuo amore e dalla tua fiducia. È stata una buona esperienza per te. Persone diverse hanno avuto differenti esperienze. Alcuni sono semplicemente rimasti in silenzio, non hanno reagito in un modo o nell’altro. Anche così va bene. La cosa non ha inciso su di loro, sono rimasti come erano prima. ‘Se Osho dice che questa è l’illuminazione, può darsi; se dice che non lo è, può darsi che non lo sia.’ Ma la cosa per loro non ha fatto alcuna differenza: sono rimasti distaccati e obiettivi. È stata una bella esperienza vedere come le persone reagiscono a una stessa idea con le loro diverse mentalità.”

“Sì, qualche sanyasin si è illuminato. Non si possono fare i nomi per la semplice ragione che questo creerebbe in loro un certo tipo di serietà assolutamente non necessaria, e negli altri creerebbe gelosia. E io non voglio tutto questo. Va benissimo che siano illuminati e loro son contenti di questo. Far diventare tutta questa faccenda una cosa troppo seria la rovinerebbe. E non va neanche bene rendere queste persone oggetto delle gelosie degli altri. Quindi non dichiarerò nessuno illuminato, a meno che non stia scherzando su qualche idiota… e questa è tutta un’altra faccenda.”

“Rimarranno anonimi, perché la situazione presenta dei pericoli. Gli altri cominceranno a sentirsi gelosi. Gli altri cominceranno a pensare: ‘Loro sono superiori e noi inferiori.’ E io non voglio creare classi fra i sannyasin. Qualcuno è illuminato? Ottimo. Dovrebbe aiutare gli altri verso l’illuminazione. Ma non c’è alcun bisogno di dichiarare la propria illuminazione. Lascia che gli altri si accorgano di quanto sei avanti e aiutali ad andare sempre più avanti verso la meta – senza dire che sei illuminato. Ecco perché io dichiaro qualcuno illuminato solo dopo che è morto, con i morti non c’è problema: non diventa geloso nessuno”.

Un clamore molto più grande venne suscitato da Osho quando, dopo essere stato informato dal suo medico sugli sviluppi dell’epidemia di una nuova malattia, l’AIDS, suggerì che ogni abitante o visitatore della Comune venisse testato per l’HIV. Raccomandò inoltre di prendere durante i rapporti sessuali particolari precauzioni per evitare l’infezione, consigliando l’uso del preservativo, di guanti di gomma quando durante i preliminari potesse esserci un contatto con fluidi corporei, e invitando anche a evitare di baciarsi. A quei tempi, nell’83/84, queste misure erano davvero molto avanzate, considerate estreme o persino assurde, e furono derise da gran parte dei mezzi di informazione. Nell’85 Osho, che nel frattempo aveva ripreso a tenere discorsi in pubblico, poteva affermare: “Questo è forse l’unico posto al mondo dove è stata presa ogni precauzione. Tutti i seimila sannyasin residenti hanno fatto il test. In nessun altro posto hanno il coraggio di fare il test a tutti gli abitanti. Hanno paura di scoprire che la gente ha l’AIDS. E chi ha timore di poterlo avere non si sottopone al test, per la semplice ragione che se lo fanno e risultano positivi, verranno poi rifiutati anche dalle mogli, dai figli, dai genitori. Non avranno un posto neppure a casa propria. Non verranno fatti entrare in nessun ristorante. Anche i loro amici diverranno loro nemici. E così loro non vogliono fare il test, il governo non vuole, gli ospedali non vogliono. E il fuoco si sta diffondendo, ma nessuno vuole rendersene conto e accettare questa realtà. Questa è mancanza di intelligenza. I problemi non scompaiono solo a chiudere gli occhi. Qui solo pochissimi sono risultati con l’AIDS – due persone. Abbiamo organizzato per loro un bellissimo posto dove possono stare in isolamento, hanno tutto il meglio che possiamo permetterci. Hanno tutto il nostro rispetto e il nostro amore, perché sono delle vittime.”

“Possiamo insegnar loro la meditazione, possiamo aiutarli a diventare silenziosi, a prepararsi per la morte. Io infatti sto dicendo a quei sannyasin di considerarla questa come un’opportunità: ‘Forse in tutta la vostra vita non avete mai avuto la possibilità di rimanere in silenzio e isolamento per un paio di anni’. E per tutte le altre persone la morte arriva improvvisa, senza che loro lo sappiano, voi invece siete stati avvertiti per tempo. Questo è davvero utile, perché potete prepararvi. Nessun altro è pronto a morire, si fanno tutti trovare impreparati, voi invece potete prepararvi. E cioè entrare più profondamente nella meditazione. Arrivate fino al punto dove la morte non può più raggiungervi, e poi lasciatela venire. Voi non morite, voi vi trasformate semplicemente in qualcosa di nuovo, di diverso”.

“Certo, si lavorava dodici quattordici ore al giorno, anche di più magari, e ti posso dire che non mi sono mai sentito così bene in vita mia, alla sera poi non è che crollavo a letto distrutto, andavo al bar a divertirmi con gli amici, a bermi una birra magari, e anche a ballare.” Non è raro sentirsi raccontare cose simili da chi ha avuto la fortuna di lavorare a Rajneeshpuram, la città sorta in pochi anni nel deserto dell’Oregon centrale, i livelli di energia e l’intensità del lavoro erano incredibili. Certo, c’era tutto da costruire e da far funzionare, c’era un sogno collettivo da realizzare, ma quello che sorprendeva ancora di più i visitatori occasionali, o chi era appena arrivato per fare un’esperienza nella comune sannyasin – proveniente di solito da situazioni dove i confini fra lavoro e tempo libero, fra fatica e divertimento erano ben precisi – era che si potesse lavorare così tanto... divertendosi: prendendosi lo spazio per prepararsi un tè, o anche solo per sorridersi, per amoreggiare e organizzarsi la serata. E se poi una tempesta di vento rovinava tutto il lavoro di una giornata – ricorda ancora oggi un’italiana che faceva parte del team che erigeva tende per accomodare gli ospiti di un festival estivo – dopo un attimo di sbalordimento si scoppiava tutti a ridere. Non solo questa intensità e totalità distruggevano la dicotomia lavoro-tempo libero, rendendo il primo espressione di creatività ed energia, attività pura… vita insomma, ma andavano persino a intaccare la contrapposizione fra lavoro e riposo, portando a una trasformazione alchemica dell’energia di cui Osho, qualche anno dopo, parlerà facendo proprio riferimento a questo periodo.

Mentre a ritmi vertiginosi si continuava a costruire il ranch, aumentavano anche le cause legali… alla stessa velocità. In Oregon, lo stato americano dove si trovava la comune sannyasin, quella che all’inizio era stata semplice curiosità verso queste strane persone vestite d’arancione e di rosso che volevano andare a abitare in una zona così sperduta e non molto ospitale, si trasformò in avversione, grazie dapprima all’ostilità verso Osho (definito persino l’anticristo) di gruppi cristiano-fondamentalisti e ben presto alla scoperta da parte dei politici locali di quali e quanti vantaggi elettorali si potevano ricavare fomentando e poi cavalcando questa ondata di bigottismo e xenofobia. Permessi di costruzione prima concessi venivano in seguito cancellati, la stessa esistenza legale di Rajneeshpuram come città – e quindi il diritto ad avere infrastrutture che permettessero il vivere civile di qualche migliaio di persone – dopo essere stata regolarmente approvata venne in seguito negata. Dopo che un primo tentativo di sabotare il progetto, basato su pretesti ambientalistici, si rivelò un fallimento di fronte al grandioso lavoro di recupero ecologico fatto dalla Comune, furono trovate persino delle motivazioni costituzionali: la stessa esistenza della città avrebbe violato la divisione fra chiesa e stato. “E questo detto da persone che scrivono sui loro dollari ‘In God we trust’ (abbiamo fede in dio)…” commenterà Osho; al quale fra l’altro poco prima era stato negato un permesso di soggiorno richiesto in qualità di “maestro religioso”. Questa situazione costringe Rajneeshpuram e la comune a dare un’estrema importanza all’aspetto legale e politico, al punto che nell’84 nell’ufficio legale della comune lavorano più di 200 persone impegnate a seguire dozzine di casi giudiziari. A parte politici e detrattori l’esperimento di Rajneeshpuram aveva attratto anche l’attenzione di vari ricercatori sociali che con diverse inchieste cercavano di stabilire le motivazioni sociopsicologiche che spingevano i sannyasin della comune a qualcosa di così diverso dall’american way of life. Nei risultati di questi studi veniva sempre fatto notare l’alto livello culturale dei partecipanti (60% di laureati) e l’assenza assoluta di crimini, alcolismo e violenza. E non mancavano analisi su chi era percepito come il personaggio chiave di tutta la faccenda.

“Siccome Rajneesh (Osho) non parlava in pubblico e concedeva pochissime interviste – fino all’ottobre dell’84 – Ma Anand Sheela, la principale portavoce e assistente personale di Osho, divenne di fatto la leader della comune. Fece poco per favorire una cooperazione o ridurre i conflitti. La sua maniera di parlare era tagliente, fiera, caustica, cruda, arrogante e sempre sulla difensiva. Questo suo atteggiamento non solo favoriva le ostilità ma richiamava anche su Rajneeshpuram molta attenzione da parte dei media.” In un’intervista di qualche anno dopo a un giornalista che gli faceva notare – pur riconoscendo a Sheela intelligenza e abilità sui problemi pratici – come questi lati duri e autoritari della sua personalità erano assolutamente evidenti, Osho rispose che se ne era accorto sicuramente ma che una certa durezza era necessaria perché la comune era circondata da politici che volevano liberarsene e che se la comune fosse stata rappresentata da persone “innocenti” questi politicanti l’avrebbero subito distrutta. Questa volontà dei politici appare chiara da documenti ottenuti qualche anno più tardi attraverso un’ordinanza del tribunale dove si scopre come persone ad alti livelli nell’amministrazione Reagan sono coinvolte nello spingere ogni tipo di agenzie federali e statali a trovare qualsiasi mezzo legale per distruggere la comune ed espellere Osho dagli Stati Uniti.

Nel frattempo Sheela, a quel tempo assistente personale di Osho e portavoce della comune annuncia la costituzione di una religione: il Rajneeshismo. In una rara intervista televisiva durante il suo periodo di silenzio, alla domanda quale sia la sua visione per il futuro del Rajneeshismo, Osho risponde: “Il Rajneeshismo non è una religione come il Cristianesimo, l’Induismo, l’Islam, il Buddismo etc. Il nome non deve fuorviarvi. Mostra semplicemente una carenza del linguaggio – per essere veramente esatti bisognerebbe dire che il Rajneeshismo è una religione senza religione. In altre parole si tratta di religiosità, senza un dogma, un culto o delle credenze, ha solo le qualità dell’amore, del silenzio, della meditazione, della preghiera. E quindi non può finire mai. Non è nata con me. È qualcosa che è sempre esistito e continuerà a esistere. È la vera essenza dell’evoluzione umana, della consapevolezza e della sua cultura. Buddha, Gesù, Krishna sono espressioni di questo spirito, ma in quei giorni non era possibile per una religione manifestarsi così come può farlo adesso…” Viene pubblicato anche un piccolo libro intitolato Rajneeshismo: una raccolta di corte citazioni dai primi discorsi di Osho. Si fonda un’Accademia di Rajneeshismo che si occupi delle questioni “ecclesiastiche”, creando cerimonie per i momenti importanti della vita – nascita matrimonio, morte – nominando le varie figure dei ministri di questo culto; si iniziano le giornate con un cantico detto gacciami.

“Nei miei colloqui con l’INS (l’ente americano che si occupa di immigrazione e permessi di soggiorno) insistevo che avrei preferito chiamare religiosità la mia visione filosofica, ma loro hanno ribattuto che non era possibile perché nessuna delle loro categorie si chiamava religiosità. Si possono presentare domande (per permessi di soggiorno) solo per il settore religione. Il settore religiosità non era da loro previsto. Io spiegavo loro che esisteva una differenza. Una religione è un sistema fisso di credenze, ha dei dogmi. La religiosità è solo una qualità, come l’amore. Non è qualcosa di organizzato. Non ha né preti né suore. È ribellione contro tutto ciò che distrugge la ragione umana. Ma loro mi risposero che non potevano accettare nessuna richiesta se non fosse stata usata la parola religione. E così risposi che per ottemperare alle loro stupide categorie avrei usato la parola religione. Ecco perché l’ho usata. Ma in questo mio periodo di silenzio Sheela è riuscita a svilupparla in maniera più organizzata: una religione, una gerarchia.”

Nell’ottobre dell’84 Osho decide di porre termine al suo periodo di silenzio ormai durato tre anni e ricominciare a fare discorsi pubblici ogni giorno nel Mandir (la grande struttura dove avvenivano le meditazioni collettive e le celebrazioni alla presenza di Osho).

La sua assistente personale, Sheela, tenta dapprima di convincerlo a non farlo, dicendosi preoccupata per la sua salute, ma poi viene deciso che i discorsi verranno tenuti davanti a un limitato gruppo di sannyasin all’interno della residenza di Osho e ripresi su videocassette che verranno poi proiettate per tutti quanti all’interno del Mandir. Poco dopo i primi discorsi Sheela tenta di sospendere queste proiezioni pubbliche “perché c’è troppo lavoro da fare” e dopo molte proteste si arriva al compromesso di proiettare i discorsi di Osho alla sera molto tardi, dopo la lunga giornata di lavoro. Fin dai primi discorsi Osho colpisce per la sua critica serrata di tutte le religioni tradizionali e inizia a parlare dichiarando che c’è bisogno di rendere più chiaro, completandolo, il quadro della sua visione che aveva continuato a tratteggiare per così tanti anni. Adesso, dopo aver a lungo commentato le opere di altri maestri, parlerà esclusivamente della sua verità – la sua più intima esperienza – davanti alla “sua gente”, quelli che attraverso questo lungo periodo di silenzio sono andati al di là di un mero rapporto intellettuale, hanno rafforzato un contatto non più con le sue parole, ma con la sua presenza, con l’essere stesso di Osho – una comunione e non più una comunicazione. Osho parla della morte delle religioni, di dio come menzogna, della responsabilità che ognuno deve prendersi riguardo alla propria vita, del valore dell’individuo, della ribellione. “Ma stranamente l’uomo ha tentato di diventare come dio. Invece di tentare di diventare un uomo, ha tentato a lungo di diventare come dio. E non può diventare dio, perché dio non c’è, niente di simile è possibile. Ma in questo sforzo di innalzarsi al livello di dio, l’uomo cade, è inevitabile. E cadendo cade più in basso del livello di essere umano. Ecco dove hanno sbagliato tutti i vostri uomini di religione, i vostri cosiddetti santi: tentando di diventare dio, sono caduti al di sotto dello stato di essere umano, sono diventati subumani.”

Mi hanno chiesto in molti perché continuo a insistere nel distruggere la fede della gente in dio. È semplice aritmetica: senza distruggere dio non posso aiutarvi a distruggere il vostro ego. Se non c’è dio l’esistenza continua a fluire, a muoversi a crescere a espandersi, nessuno la sta controllando, nessuno la mantiene in vita, è autonoma… Ecco cosa intendo quando dico che non c’è dio, che l’esistenza è autonoma. Gli alberi crescono autonomamente, gli uccelli volano, il sole sorge per conto suo. Ed è bello che non ci sia nessuno dietro a tutta questa meravigliosa esistenza, a farla diventare uno spettacolo di marionette. Questo è ciò che tutte le religioni ti insegnano, senza nessuna eccezione, che tu sei un burattino. Con dio tu non puoi essere nient’altro che un burattino, i fili sono tutti nelle sue mani. Voglio che tu sia silenzioso, meditativo, cercando dentro di te per vedere se c’è qualcuno. E sarai sorpreso di scoprire che non c’è nessuno, solo la pura esistenza, autonoma. Non c’è nessuna entità dentro di te. Tu sei parte integrante dell’intera esistenza. Sei unito agli alberi, ai fiumi, all’oceano in migliaia di modi – visibili e invisibili. Non sei separato.”

Osho spiega che mentre commentava i maestri delle religioni del passato era costretto, sia dall’argomento che dal pubblico, a usare un linguaggio di tipo religioso, ma ora può parlare liberamente, esporre la sua verità, mandare al diavolo dio, l’inferno, il paradiso, le leggi karmiche… “Ora ho trovato le persone che possono portare il mio lavoro in tutto il mondo. Ora voglio dire le cose che volevo dire fin dall’inizio, ma era difficile, perché nessuno era pronto ad ascoltarle. Ora c’è la mia gente – coi cuori aperti, pronti ad assorbirmi, ad assimilarmi totalmente. È quasi come accendere una candela con un’altra candela. Puoi continuare a farlo, puoi accendere così milioni di candele. E la prima candela non perde niente, non è che abbia perso della luce ora che milioni di candele stanno bruciando. Non ha perso niente, anzi ha guadagnato. Ero una candela sola in un mondo di tenebre, ora milioni di candele stanno facendo luce ogni dove.

La loro luce è la stessa.

Le loro fiamme sono diverse.

Ogni sannyasin deve coltivare la sua propria fiamma.

Ma la luce sarà la stessa.”

A partire dal festival di luglio del ‘85 Osho inizia a tenere i discorsi direttamente nel Mandir, davanti a ventimila persone – durante il festival – e circa ottomila in seguito. Inizia anche a concedere ogni sera interviste alla stampa mondiale, dichiarando che lo fa perché il suo messaggio non è limitato a un solo particolare gruppo di persone, è per tutti gli esseri umani in quanto tali e lui li vuole raggiungere il più direttamente possibile, attraverso i mezzi d’informazione. Il 14 settembre Sheela e un gruppo di suoi stretti collaboratori lasciano improvvisamente, di nascosto, la comune per trasferirsi in Germania. Subito dopo cominciano a venire alla luce tutta una serie di intrighi e persino molte illegalità che avevano perpetrato approfittando del loro strapotere.

La fuga di Sheela e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori crea nella Comune in Oregon un notevole shock. Subito dopo cominciano a venire alla luce tutta una serie di attività illegali: dal sistema per controllare le telefonate nell'intera città di Rajneeshpuram, a microfoni nascosti in molti uffici e stanze private, all'incendio degli archivi del centro "di contea" responsabile per le licenze edilizie, per finire con il tentativo di avvelenamento ai danni del medico personale di Osho. Fu proprio quando venne a sapere di quest'ultimo episodio che Osho – il quale non avendo alcun ruolo pratico all'interno della Comune era all'oscuro di tutto e aveva informazioni esclusivamente attraverso Sheela stessa – iniziò a fare sistematicamente domande su quello che stava veramente succedendo alle poche altre persone con le quali aveva contatti diretti: il medico personale appunto, e Nirvano, la persona che si prendeva cura di lui e della sua casa (anche nella stanza di Osho erano stati nascosti microfoni). Tutte le informazioni raccolte vengono rese pubbliche in tre conferenze stampa tenute da Osho nel grande edificio per i discorsi e le meditazioni, mentre sciami di giornalisti calano su Rajneeshpuram le notizie "fanno" veramente le prime pagine dei giornali locali e vengono riportate con grande attenzione dalla stampa internazionale. Osho e la Comune offrono la più ampia disponibilità alle indagini giudiziarie sui 'misfatti' di Sheela, e così ben presto Rajneeshpuram pullula anche di agenti investigativi delle più svariate agenzie statali e federali. "Sono tutti qui," dirà Osho in un'intervista "ma non è che stiano facendo un granché. Abbiamo fornito loro tutte le prove, ma loro continuano a ripetere che non bastano". (Int. di J. Gordon. The New Yorker Magazine.) Diventa sempre più evidente che le autorità non sono tanto interessate a definire le responsabilità legali di Sheela e del suo gruppo – che comunque avevano già lasciato gli Stati Uniti – quanto ad aumentare la tensione, 'montare' il caso e trovare un modo per liberarsi finalmente della Comune e di Osho stesso. "Cercavamo di portare avanti questo caso usando la procedura penale per risolvere un problema di natura politica. Non è stato certamente un sistema ortodosso, ma Rajneesh (Osho) doveva essere buttato fuori dal paese ad ogni costo." Intervista di Max Brecher al procuratore generale dell'Oregon, Turner. Riportato in "Operazione Socrate."

Al di là degli aspetti legali e pubblici della situazione, rimaneva per i discepoli di Osho il problema di capire come tutto ciò fosse potuto succedere e di affrontare le proprie responsabilità personali. Osho non perdeva occasione per mostrare loro dove guardare per riuscire a trarre dall'accaduto importanti insegnamenti. "In realtà la storia è piena di gente che arrivata al potere agisce in modo criminale. Tutta questa gente non era violenta prima di arrivare al potere. Né lo erano Sheela e il suo gruppo. Erano persone come te, belle come te e come te piene d'amore. Ma allora cosa succede quando si raggiunge il potere...? Qualsiasi cosa fosse nascosta nell'inconscio ora ha la possibilità di materializzarsi. Così da questa esperienze potete imparare una cosa: da qualche parte, nel vostro inconscio, forse state nascondendo Sheela e tutto il resto della banda. Forse la vostra amorevolezza, la vostra amicizia sono solo superficiali, l'unico modo di saperlo è darvi potere. Il potere è una rivoluzione, qualcosa di nascosto e addormentato diventa attivo, e qualcosa di attivo si addormenta. Non è il potere che corrompe, la corruzione è già dentro di voi. Il potere vi dà la possibilità di mostrare la vostra vera faccia. Il potere non è vostro nemico, è uno specchio. Non lo sapete, ma forse vi state portando dentro un Gengis Khan... Il potere vi dà la possibilità di diventarne consapevoli. Io non sono contro il potere. Ma è necessario che rimaniate consapevoli, più consapevoli di prima. Finché non avete potere, potete anche permettervi di non essere consapevoli, ma quando avete il potere non potete più permettervi questo lusso. E allora il potere può essere di tremendo aiuto: può aiutarvi a distruggere l'Hitler che è dentro di voi. E se uscirete indenni dall'esperienza del potere avrete un'abbondanza di amore, di compassione, di bellezza, di verità..."

Questa esperienza aveva anche fatto toccare con mano a tutti i sannyasin i pericoli insiti nel diventare una religione organizzata. Gli anni in cui Osho era rimasto in silenzio e senza prendere parte alle attività della Comune erano stati di fatto una grande "prova generale" di cosa può succedere quando il Maestro non c'è più. "E' da sempre che parlo loro dei pericoli di una religione organizzata. Ma parlarne e basta non è sufficiente. C'è bisogno di un'esperienza pratica e l'hanno avuta. Hanno imparato, si sono scottati le dita e adesso non lo dimenticheranno più, non ripeteranno ancora lo stesso errore."

"Prima di andarmene voglio distruggere in voi ogni possibilità di istituzionalizzarmi, voglio lasciarvi soli, appagati a tal punto di non aver più bisogno di intermediari con la verità suprema dell'esistenza." Il periodo della gestione di Sheela, nella sua drammaticità, si è rivelato una grande lezione di vita per tutti i meditatori. Uno dei messaggi più importanti è stato sul doversi prendere le proprie responsabilità individuali: la libertà non è licenza, chiariva Osho, ma responsabilità. Se non si vogliono responsabilità, qualcun altro è subito pronto ad assumersele al posto nostro. Ma poi si diventa schiavi. La schiavitù è sempre qualcosa di reciproco.

"È perché vi hanno insegnato fin dall'infanzia a non essere responsabili, vi hanno insegnato a dipendere. Vi hanno detto che avete responsabilità verso vostro padre, vostra madre, verso la famiglia, verso la patria... tutte sciocchezze. Ma non vi hanno detto che dovete essere responsabili di voi stessi, che non c'è nessuno che può veramente prendersi le vostre responsabilità... Io vi insegno a non essere responsabili verso nessuno: il padre, la madre, la patria, la religione, la linea di partito – non essere responsabili verso nessuno. E di voi stessi che siete responsabili. Non c'è nessun dio sul quale scaricare le vostre responsabilità, ma voi continuate a tentare di scaricarle su qualcuno, persino su uno come me che continua a ripetervi che non è responsabile di niente e di nessuno. Ma in qualche modo sembra che abbiate ancora l'illusione che io stia scherzando. Non sto scherzando. Voi magari pensate, 'è il nostro Maestro come può dire di non essere responsabile'. Ma non capite, scaricando su di me le vostre responsabilità non crescerete mai, rimarrete infantili, immaturi. La sola maniera di crescere è accettare tutto, il buono e il cattivo, la gioia e il dolore. Siete responsabili di tutto quello che vi succede. E questo vi dà una grande libertà."

Nel frattempo la situazione a Rajneeshpuram si fa sempre più incerta e pericolosa. Si sparge la voce che Osho e alcuni sannyasin stanno per essere giudicati colpevoli di violazioni alle leggi sull'immigrazione, e sono quindi in pericolo di essere arrestati. Ma i tentativi dei legali della Comune di vedere se è possibile per gli accusati andarsi a costituire – questo per evitare arresti pubblici e prove di forza in una situazione già abbastanza surriscaldata – trovano solo dinieghi da parte del procuratore generale dell'Oregon. Osho nel frattempo, per niente intimorito dal precipitare degli eventi, continua il suo lavoro di smantellamento sistematico dei condizionamenti – della vecchia struttura psicologica – della mente umana e non smette certo di pronunciarsi contro dio, le religioni – specialmente il cristianesimo – e le istituzioni sociali: "Io di base ho fiducia nell'individuo. Non credo per niente nella società. Non credo nella civiltà, nella cultura. Credo semplicemente nell'individuo. Non credo nello stato, non ho fiducia nel governo. Non voglio nessuno di questi stati e governi del mondo. Voglio persone intelligenti, che vivano in armonia basandosi sulla loro intelligenza. E se non riescono, meglio morire che diventare robot, macchine; essere tormentati, imprigionati in schiavitù di ogni tipo. Bisogna vivere in maniera intelligente, la nostra organizzazione nascerà dalla nostra intelligenza, e non viceversa. Nel passato dell'umanità si è tentato di imporre l'ordine, così che la gente potesse comportarsi intelligentemente. Questa è proprio un'idiozia. Quando imponi l'ordine distruggi l'intelligenza, distruggi persino ogni possibilità che ha di svilupparsi in futuro: non ce n'è il bisogno..."

"Continuo a ripetere che non c'è dio. E così elimino l'intero problema: un dio geloso o un dio tutto amore... sempre di dio si tratta. Si dipende sempre da una figura paterna. Io sto dichiarando che l'uomo è maturo, non ha alcun bisogno di una figura paterna".  Alla domanda se era specialmente contrario al cristianesimo, Osho risponde: "Mi spiace dare speciali attenzioni al cristianesimo, ma sfortunatamente se le merita. Da molti punti di vista è la peggiore manifestazione religiosa di questo mondo... Ha fatto così tanti danni, è responsabile di così tanti mali. E' impossibile capire perché la gente ci creda ancora. Anche le altre religioni hanno fatto dei danni ma non sono niente comparati a quelli del cristianesimo. Approfitta della povertà della gente per convertirli... E poi sono in un paese cristiano, se fossi in un paese indù non parlerei contro il cristianesimo ma contro l'induismo, altrimenti farei tutti contenti."

La situazione peggiora: la Guardia Nazionale si mobilita, pronta a invadere Rajneeshpuram – come si scoprirà in seguito, i piani prevedevano anche l'impiego di elicotteri da combattimento e un numero "accettabile" di vittime. Cercando di scongiurare questa aggressione Osho si trasferisce dall'altra parte degli Stati Uniti, dove però viene arrestato, insieme ai suoi accompagnatori, senza alcun mandato di cattura. Il tribunale non vuole riconoscere la non validità dell'arresto e, pur mancando delle accuse vere e proprie, a Osho viene negata la cauzione e viene ordinato il suo trasferimento in Oregon per essere giudicato da una corte locale. Un viaggio di poche ore si trasforma (come raccontato diffusamente nel libro Operazione Socrate) in un'odissea di 6 giorni da prigione a prigione. In una di queste, dove viene persino registrato sotto falso nome, avviene quasi sicuramente l'avvelenamento da tallio che lo porterà lentamente, pochi anni più tardi, alla morte.

LE TAPPE DEL GIRO DEL MONDO

1 Portland, Oregon

2 Sud Dakota

3 Allentown, Pennsylvania

4 Shannon

5 Cipro

6 Delhi

7 Kulu Manali

8 Delhi

9 Kathmandu

10 Bangkok

11 Dubai

12 Cipro

13 Creta

14 Nizza

15 Ginevra

16 Stoccolma

17 Londra

18 Shannon

19 Madrid

20 Senegal

21 Recife

22 Rio de Janeiro

23 Montevideo

24 Brasilia

25 Boa Vista

26 Giamaica

27 Gander

28 Madrid

29 Lisbona

30 Cipro

31 Bahrain

32 Bombay

Una volta in Oregon Osho viene finalmente rilasciato su cauzione e formalmente accusato di una lunga serie di reati contro le leggi sull'immigrazione. Le basi dell'accusa sono veramente molto fragili – "Non avevamo alcuna prova nei confronti di Bhagwan (Osho)". Turner, Procuratore generale dell'Oregon, in una conferenza stampa di alcuni mesi dopo. Ormai il potere americano ha dimostrato di usare la legalità solo come pretesto. Piuttosto di affrontare un lungo processo con i conseguenti rischi per l'incolumità personale di Osho, i suoi legali lo consigliano di chiudere la questione "non contestando" due delle accuse. E così Osho viene condannato a lasciare gli Stati Uniti d'America. Parte subito dopo il processo e il 17 novembre 1985 atterra a Delhi, da dove prosegue subito per Kulu Manali – la località del nord India dove aveva tenuto anni prima campi di meditazione e iniziato a dare il sannyas. Qui le autorità cominciano subito a interferire proibendo "grossi assembramenti di persone”e così Osho concede solo interviste alla stampa. Agli inizi dell'anno nuovo diventa chiaro che in India per ora ci sono troppe difficoltà e Osho si trasferisce in Nepal, a Katmandu, dove gli viene permesso di tenere discorsi aperti al pubblico e la “sua gente” comincia ad arrivare da tutto il mondo. Ma anche qui la pressione degli Stati Uniti – oltre a quella della Germania e dell'India – si fa sentire e a fine gennaio c'è l'annuncio che Osho sta per partire per girare tutto il mondo. "Girerò il mondo per incontrare tutte le persone che sono già connesse con me e anche quelle che vorrebbero essere connesse con me, anche se ancora non dichiarano apertamente il loro amore. Andrò anche per chi semplicemente simpatizza per me. Essere un simpatizzante di per sé non è abbastanza, ma è un'indicazione che per amarmi basta loro fare solo qualche passo. E c'è molta gente indecisa. I giornali, le riviste, i governi, i leader religiosi – stanno tutti facendo del loro meglio per tirarli dalla loro parte. Io non ho bisogno di convincerli, mi basta esser loro vicino – basterà questo. Il mondo non è pronto, ma una parte di esso – i migliori, i giovani, quelli intelligenti – è davvero pronta. Appena si è saputo che partivo per girare il mondo... ho immediatamente ricevuto inviti dalla Grecia, dall'Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Svizzera, dalla Nuova Zelanda, dall'Austria, dall'Australia, dal Costa Rica, dal Paraguay, e da un mucchio di altri paesi."

Il 15 febbraio Osho parte dal Nepal per recarsi a Creta. Inizia quasi subito a tenere discorsi in pubblico, all'ombra di un carrubo secolare, nel giardino di una villa che guarda il mare di Aghia Nikolaos, circondato da ascoltatori il cui numero aumenta di giorno in giorno. (Questi pochi discorsi saranno raccolti nel libro "Socrates Poisoned Again... ") Presto anche qui cominciano i problemi: il clero locale inizia a protestare con veemenza, minacciando bagni di sangue; parte una campagna di stampa con articoli infondati e scandalistici; si muovono anche certi ambienti legati a interessi americani. Il risultato è che Osho il 5 marzo viene arrestato da agenti arrivati appositamente dalla capitale, che dopo aver fatto irruzione nella sua stanza lo scortano ad Atene, da dove viene costretto a lasciare il paese. Il tragitto seguente, che si conclude in Uruguay, sembra preso direttamente da un romanzo di fantapolitica. Nel giro di due settimane il suo aereo tocca una mezza dozzina di paesi, in alcuni dei quali gli viene persino impedito di sbarcare: in Spagna il console dell'Uruguay concede i visti mentre Osho è costretto a rimanere dentro l'aereo circondato dalla polizia. Nel frattempo decine di altre nazioni – Osho dirà in seguito che alcune non le aveva mai sentite nominare prima – approvano leggi ad hoc per impedirgli di entrare nei loro confini; una simile risoluzione viene anche presentata al parlamento europeo. "Sembra che ritengano le mie idee più pericolose delle loro stesse armi atomiche. In un mondo dove un pazzo americano (Reagan) può bombardare una piccola nazione come la Libia, dove un reattore nucleare russo impazzisce (Chernobyl), neanche forse una persona... tutti i parlamenti del mondo stanno discutendo di me, se permettermi o meno di entrare nei loro paesi. E ridicolo." A fine marzo è in Uruguay e dal 12 aprile comincia a tenere discorsi a Punta del Este iniziando a mettere le basi di quella che definirà una "scuola dei misteri". I discorsi di questo periodo saranno raccolti in "Transmission of the Lamp" e in "Oltre la Psicologia". Ma anche la pausa di tranquillità in Uruguay dura poco: il paese deve rinegoziare un grosso prestito internazionale, c'è uno scambio di telefonate ad alto livello con gli Stati Uniti e il risultato è che – per qualche dollaro in più – Osho viene costretto a ripartire. Sembra proprio che quando c'è di mezzo lui, come gli dice candidamente un alto funzionario uruguayano, nessuna legge faccia testo.

 

Prima va in Jamaica, dove nonostante un visto di quindici giorni gli viene permesso solo di pernottare e poi in Portogallo, dove può fermarsi a riposare per qualche settimana... con la casa circondata dalla polizia. Il 30 luglio 1986 è di ritorno in India. Inizia subito a tenere discorsi e a concedere interviste, arrivano sannyasin da tutto il mondo. E qui che comincia a espandere e a dettagliare, nella serie di discorsi delle “Osho Upanishad', la sua visione di una scuola dei misteri.

"L'intero lavoro di una scuola dei misteri consiste nel portare consapevolezza nel discepolo, nel risvegliarlo, nel permettergli di essere se stesso, perché tutto il mondo sta tentando di farlo diventare qualcun altro. Nel mondo nessuno è interessato a te, al tuo potenziale, alla tua realtà, al tuo essere. Ognuno è interessato a fare i suoi interessi, anche quelli che ti amano. Non arrabbiarti con loro, sono delle vittime proprio come te. Sono inconsapevoli quanto te. Pensano che quello che fanno sia amore, ma in realtà è qualcosa di distruttivo. E l'amore non è mai distruttivo. Una scuola dei misteri ti insegna a vivere. Ovviamente include molte cose perché la vita è multidimensionale. Ma devi comprendere che il primo passo è essere totalmente aperti, ricettivi. Al maestro non interessa fare di te una specie di computer. Vuole renderti consapevole della tua luce interiore, così che puoi diventare un essere autentico, un essere immortale – e non imparare semplicemente quello che hanno detto gli altri, ma basarti sulla tua esperienza. Una scuola dei misteri ti fa affrontare in maniera sistematica quella realtà piena di prodigi che ti circonda – che è sia fuori che dentro di te. Il maestro ti fornisce semplicemente un sistema per affrontare a poco a poco acque sempre più profonde, arrivando alla fine a uno stadio dove ti dissolvi nell'oceano: sei diventato l'oceano stesso."

I problemi con le autorità continuano anche in India: i politici fanno sapere ai mezzi d'informazione di non dare alcuno spazio a interviste con Osho, le ambasciate e i consolati indiani negano il visto per entrare in India se esiste un sospetto che la persona sia interessata a Osho, fioccano denunce per "offese ai comuni sentimenti religiosi", gli Stati Uniti fanno pressioni sulle autorità indiane affinché non sia permesso a Osho di iniziare una nuova comune in India. Nonostante tutto ciò, per dare più spazio alle centinaia di visitatori da tutto il mondo che ormai vengono da lui ogni giorno, il 4 gennaio del 1987 Osho ritorna nell'ashram di Pune.

Osho ritorna a Pune, nella sede del vecchio Ashram che aveva fondato negli anni settanta, quasi sei anni dopo averla lasciata per andare negli Stati Uniti. Arrivava da Bombay, dove per quattro mesi, alla fine del suo world tour, era stato ospite nella casa di un discepolo. Le ragioni di questo trasferimento erano la necessità di trovare uno spazio che potesse accogliere il numero sempre maggiore di persone che arrivava per ascoltarlo – la presenza ai discorsi di Osho tenuti a Bombay aveva dovuto essere persino regolata da un sistema di turni – e le continue minacce, inoltre, dei gruppi estremisti indù che avevano reso praticamente insostenibile la situazione per il proprietario della casa e la sua famiglia. Questo tipo di problemi continuò anche subito dopo l’arrivo a Pune, e vi si aggiunsero le minacce della polizia.

Così ricorda Shunyo, che per anni aveva seguito Osho insieme alle persone che si prendevano cura delle sue necessità domestiche. “Quando arrivò, verso le quattro di mattina del 4 gennaio, la strada che attraversava l’Ashram straripava di sannyasin in attesa di salutarlo. Lui era sdraiato sul sedile posteriore della macchina, addormentato. Si svegliò e salutò tutti senza alzarsi, ancora avvolto nelle coperte; sembrava un bambino che era stato svegliato nel cuore della notte. Tre ore più tardi arrivò la polizia con un mandato che gli impediva l’entrata nella città di Pune. Se glielo avessero consegnato prima di arrivare in città, avrebbe commesso un reato, entrandoci. Ma era partito da Bombay di notte, per evitare il caldo e il traffico, e la polizia si accorse in ritardo della sua presenza. Quando arrivarono all’Ashram, vollero andare in Lao Tzu e salire nella stanza dove Osho stava ancora dormendo. Nessuno era mai entrato nella sua stanza, mentre dormiva, e per tutti noi era un’incredibile intrusione, un vero e proprio insulto. Dalle scale, potemmo sentire delle urla che provenivano dalla stanza di Osho: era la sua voce. Quelle urla proseguirono per una decina di minuti, poi Vivek entrò nella stanza e chiese ai poliziotti se volevano una tazza di tè! Vivek ci disse poi che le sembrarono subito sollevati, di certo non credevano che quell’incontro sarebbe stato così intenso, ed erano contenti di poter avere una scusa per tirarsi fuori da quella situazione.”

Anche dopo la ferma reazione di Osho a quell’intrusione le vessazioni continuarono, il questore inviò persino una lista di regole alla quale bisognava attenersi per evitare la chiusura dell’Ashram: vi si stabiliva addirittura la lunghezza e il contenuto dei discorsi di Osho – che si sarebbero dovuti tenere alla presenza di poliziotti armati – quante meditazioni al giorno si potevano avere e quanto lunghe, il numero massimo di visitatori ammessi (mille!) e la schedatura negli uffici della polizia di tutti i non indiani. D’altra parte arrivarono anche manifestazioni di stima, persino dal sindaco di Pune, che presentò anche a Osho scuse ufficiali e aiutò a prevenire ogni azione della squadra demolizioni inviata dal governo (agli altri tentativi di intimidazione si erano anche aggiunti un paio di bulldozer ‘governativi’ che stazionavano in permanenza fuori dal portone pronti a radere al suolo alcuni edifici dall’Ashram dei quali “si stava verificando la legalità”). Osho comunque non si lascia affatto intimidire, le varie ordinanze vengono contestate in tribunale e solo pochi giorni dopo l’arrivo a Pune riprendono i discorsi in pubblico, sia al mattino che alla sera, nell’auditorio di Chuang Tzu – proprio dentro Lao Tzu dove Osho abita. Inizia commentando “Il Profeta” di Kahlil Gibran ed è subito chiaro il percorso che sta indicando a tutti coloro che lo ascoltano, sia a chi lo aveva seguito in America e nelle sue peregrinazioni intorno al mondo, sia a chi era appena arrivato a lui, sentendone magari parlare sui giornali o da amici o in giro per l’India: “Per aspettare c’è bisogno di una immensa fiducia nel fatto che, qualunque cosa accada, in realtà non importa. Ogni seme deve imparare solo una cosa: aspettare la stagione giusta, aspettare l’arrivo della primavera. Il seme non può farci nulla. Non può far arrivare la primavera; la stagione giusta arriverà da sé. E se il seme si sforza di fare qualcosa proprio questo suo fare lo può rendere chiuso, non ricettivo. Un seme deve semplicemente essere aperto, ricettivo, in attesa… e quando arriva la primavera. E una cosa è certa nel profondo del cuore di questo seme: la primavera di sicuro arriva, perché il seme ha visto i fiori tutto intorno a lui, tutto un giardino. Avete visto Buddha fiorire, ma questa fiducia non è nata. Avete guardato nei miei occhi ma questa fiducia non è nata – ci sono ancora dubbi, domande, scetticismo. E di solito i fiori non parlano ai semi. Ma chissà? Io ci sto provando. Qualcuno potrebbe davvero ascoltare, qualcuno potrebbe vedere, potrebbe imparare il modo di risvegliarsi. Questa è l’unica religione che conosco… La religione è un viaggio di ritorno – e siete tutti arrivati con un biglietto di ritorno. Ma questa volta, nel ritorno, sarete totalmente consci, svegli, consapevoli. Ed era questo lo scopo di tutto questo viaggio, di chiudere il cerchio: dall’inconscio alla consapevolezza, dal buio alla luce, dalla morte all’eternità. È questo il motivo per cui siete qui… Fino ad ora quando dicevate di essere aperti era solo una cosa superficiale. Ma adesso la gioia di tornare a casa è così grande che la forza di questa gioia, la sua abbondanza, spalanca tutte le porte del cuore.

Il vostro cuore è un seme.

Quando con gioia apre tutte le sue porte diventa un fiore.

Siete arrivati a casa.

Ci sono state molte notti buie, ci sono state molte angosce e molti incubi, adesso tutto è finito. La vostra gioia è tale che si diffonde sopra tutto l’oceano. Diventa oceanica. É proprio questo il sentimento che William James chiama oceanico.”

Ben al di là dell’atmosfera un po’ sonnolenta, e dell’aria di lieve abbandono che si era instaurata nell’Ashram di Pune in tutti quegli anni in cui solo uno sparuto gruppo di sannyasin era rimasto a prendersene cura, l’avvio del ‘lavoro’ partì a piena velocità – come ricorda una testimone di quei giorni: “Durante le prime settimane, osservavo Osho danzare con noi nell’auditorio, con una totalità e una forza al di là di qualunque cosa noi potessimo dargli in cambio. Stava caricando di energia l’atmosfera e teneva discorsi infuocati; compresi che stava ricominciando da capo. Stava ricominciando da zero con tutti noi. Qualunque tipo di magia stesse creando, funzionò. Iniziarono ad arrivare sannyasin da ogni parte del mondo. Dapprima titubanti, poi sempre più sicuri… Alla fine di febbraio l’Ashram era in ebollizione: la pentola era sul fuoco!”

Per più di un anno i discorsi avvengono sia di mattina che di sera, dapprima in Chuang Tzu e in seguito, a partire dal settembre 87, nella Buddha Hall, appena finita di ricostruire, che permetteva una partecipazione molto più numerosa. L’impegno di Osho nel comunicare con “la sua gente” è costante e intenso: durante il periodo di tre anni che va dal 1987 al 1990 parla per un equivalente di 48 libri, un’impresa che ha quasi del miracoloso considerando che praticamente per un terzo del tempo la sua salute non gli permette di tenere alcun discorso pubblico. In realtà viveva solo per questo: rispondendo a una domanda sulla sua vita personale, su come passasse le sue giornate, le riassumeva argutamente così:

“Detto in breve: vi parlo due volte al giorno se il mio corpo lo premette. Ogni tanto non ce la fa. Sempre due volte al giorno, poi, mi lavo – mi basta una doccia veloce, in fretta. Millecinquecento calorie di cibo – che neanche un bambino troverebbe sufficiente – perché se ne mangio di più finisce che divento un membro del club dei “poltroni”. Non che abbia niente contro di loro. È brava gente che non ha mai fatto male a nessuno. Ma comunque non ci tengo a far parte del club. Ecco qui, visto che me l’hai chiesto, la mia autobiografia. E poi due momenti dedicati al sonno – diciotto ore in tutto. Non ho ambizioni per il domani. Se per caso sono ancora qui vi parlerò di cose che potrebbero aiutarvi nella vostra ricerca. Se non ci sarò più… forse anche quello potrà aiutarvi, perché in quel caso non potrete più darmi per scontato. Forse il mio ricordo vi può dare molta più luce di quanta ve ne posso dare io. Non datemi mai per scontato, perché non ho nulla che mi faccia rimanere qui: nessun desiderio, nessuna ambizione, nessun posto dove voglio andare.”

Nei suoi discorsi, quasi paradossalmente, Osho continua a enfatizzare il valore del silenzio, affermando che lui – piuttosto che un ‘insegnamento’ globale e specifico – ha da offrire a chi lo sta ascoltando delle precise tecniche di trasformazione. Non parla quindi per spiegarci qualcosa di particolare bensì soprattutto per permetterci di avere un’esperienza di alcuni momenti di silenzio. “È possibile ascoltarmi in due diversi modi: c’è quello dello studioso – che ascolterà le mie parole – e quello del ricercatore spirituale, che ascolterà i miei silenzi. I silenzi sono la mia maniera di comunicare con voi. Le mie parole esistono solo per dividere, con voi, dei piccoli intervalli di silenzio. Una parola viene usata così che, prima che io ne pronunci un’altra, voi potete sentire il silenzio che vi pervade. Nessuno ha mai usato prima il linguaggio in questa maniera: per creare semplicemente delle occasioni di silenzio. Quando siete da soli la vostra mente continua a chiacchierare e non vi permette di essere in silenzio. Ma qui sono io che continuo a parlare e così voi ne siete liberati… almeno per alcuni momenti, quelli in cui state aspettando la mia prossima parola. E questo aspettare vi fornisce in modo naturale una esperienza di silenzio.”

Molte furono le tecniche, gli stratagemmi usati da Osho per portare le persone presenti ai suoi discorsi a queste esperienze di silenzio, all’inizio ‘danzava’ – muovendo energicamente le braccia – insieme al suo pubblico, accompagnato da una musica selvaggia, sia all’entrata che all’uscita dall’auditorio. Poi, sempre prima e dopo il discorso, iniziarono degli esercizi di stop: durante questa frenetica danza in crescendo Osho improvvisamente fermava le braccia a mezz’aria – la musica si interrompeva – e ognuno rimaneva fermo, come congelato: e poi la musica e la danza ricominciavano… e così via, per più e più volte. Un altro mezzo, sempre gradito, per portare i suoi ascoltatori a un’esperienza di silenzio erano le famose barzellette di Osho: “E adesso una barzelletta… e lo scopo non è la barzelletta in sé. Lo scopo è la risata che la segue, perché quando ridete il vostro continuo pensare si ferma. In quella risata non siete più nella mente”

“Questo silenzio è meraviglioso, ma ogni risata lo rende più profondo. Non ve ne siete mai accorti? Dopo ogni risata entrate in un livello di silenzio più profondo. È quasi come essere su una strada, al buio, e passa un’automobile con i fari accesi. Improvvisamente arriva la luce dove c’era prima l’oscurità. Ma quando la macchina è ormai passata l’oscurità diventa più profonda. Qui succede qualcosa di molto simile, ecco perché ho iniziato a dire ‘è tempo per la preghiera’ quando inizio a raccontare le mie barzellette.”

Nei discorsi di questo periodo Osho continua anche, con molta più urgenza che in ogni periodo precedente, a mettere in guardia la sua gente contro i pericoli di un attaccamento alla sua presenza fisica. Spiega come questa attrazione, questo desiderio di essergli vicino fisicamente, derivi dalla limitata consapevolezza di chi, per il momento, ha esperienza di se stesso solo come corpo – e non ancora a livelli più alti. Non è la vicinanza fisica in realtà che la persona cerca, ma quella spirituale, l’unica che veramente importa. E aggiunge: “Non perderti nel godere della mia presenza, tutto questo deve diventare anche l’esperienza tua personale, e a questo scopo devi percorrere la tua strada. Si dice che Gautama il Buddha affermasse: ‘Un buddha può solo mostrarti la strada, non può percorrerla per te.’ Nessuno può farlo, non fa parte della natura delle cose. Tu mi dici che vedermi ogni giorno ti basta, questa è una conclusione molto pericolosa, perché un giorno di sicuro non mi vedrai più. Oggi sono con te, domani non si sa, e di sicuro dopodomani dovrò andarmene. La mia presenza è momentanea. Siamo insieme per un momento – al massimo pochi momenti – e poi dobbiamo separarci. Questa partenza non può essere cancellata. Goditi la mia presenza, ma non fermarti lì.”

Nel novembre dell’87 Osho inizia ad avere grossi problemi di salute fisica – ai denti, all’orecchio, alle giunture e alle ossa di una spalla e di un braccio – nei tre quattro mesi seguenti i dolori al corpo gli impediranno sempre più spesso di uscire da Lao Tzu per andare a tenere i discorsi in Buddha Hall. In questo periodo Osho inizia a ricevere frequenti sedute di massaggio terapeutico e rebalancing da alcuni suoi discepoli, mentre i medici tentano di capire quali siano le cause ultime di tutti questi sintomi.

Alla fine di marzo del 1988, in una Buddha Hall finalmente completata – con una avveniristica copertura che la fa sembrare quasi un’astronave – Osho inizia la serie di discorsi “Yaa Hoo! The Mystic Rose” nel corso dei quali comincia a sviluppare alcune tecniche che in seguito daranno origine alla meditazione del ‘let go’ (lasciar andare) che tuttora conclude la maggior parte delle White Robe in Buddha Hall e alle famose ‘terapie meditative’ – quali appunto Mystic Rose, No Mind e Born Again – che continuano tuttora a essere disponibili ogni mese presso la Multiversity di Pune. Il clima dei discorsi continua a essere sempre giocoso: sono punteggiati da piccole prese in giro e scherzetti – che coinvolgono specialmente chi legge il sutra o le domande alle quali poi Osho risponde, e molto spesso anche il cameraman, tedesco ed efficientissimo, il Nishkrya di cui tuttora si sente parlare così tanto nei videodiscorsi di quel periodo – e inframmezzati dalle risate che seguivano le barzellette, che Osho aveva iniziato a definire le sue ‘preghiere’.

È proprio prendendo spunto da una barzelletta – che contiene il grido di gioia ‘Yaa–Hu!’ – che Osho invita il suo cameramen a gridare appunto ‘Yaa–Hu!’ per dare inizio alle prime meditazioni del let go, che solo qualche mese più tardi troverà la sua forma definitiva. Questo nuovo mantra – un inno alla gioia e alla celebrazione, un invito a non prendersi troppo sul serio – diventa per un po’ usatissimo in tutta la comune. “Davamo il benvenuto a Osho, quando entrava e usciva dalla Buddha Hall, alzando le braccia e urlando all’unisono… “Yaa Hu!” La cosa lo divertiva moltissimo. Ogni notte, quando Osho andava a dormire, gli rimboccavo le coperte prima di spegnere le luci e uscire dalla stanza. Mentre lo facevo, Osho mi guardava con occhi sorridenti e mi diceva: “Yaa Hu! Shunyo”.

Che l’obiettivo però non fosse un puro e semplice farsi quattro risate in compagnia divenne chiaro qualche sera dopo l’inizio di questa serie di discorsi. Mentre Osho, all’interno della Buddha Hall, risponde a una domanda riguardante il silenzio si alza un forte vento a raffiche: è arrivato uno di quei temporali tropicali improvvisi, e fra gli ascoltatori scoppia qualche risolino isterico (l’elettricità nell’aria, il nervosismo per l’arrivo della pioggia). Osho non smette di parlare, ma queste risa isteriche continuano e si diffondono, disturbando l’atmosfera di meditazione, e così Osho si interrompe – per un po’ c’è solo il suono del vento e della pioggia, nel silenzio generale. Ma poi di nuovo le risate isteriche riprendono e Osho dice: “Questo non c’entra… sono risate fuori posto.” Ma le risate isteriche non si interrompono e così lui si alza fra la costernazione generale, saluta e se ne va. Ormai lontano dal microfono, solo quelli delle prime file riescono a sentire le sue parole di commiato: “Non aspettatevi che domani sera venga qui!”

“La sera dopo, Osho tornò a parlarci in Buddha Hall e da quella sera l’auditorio non fu più un pubblico, ma un’assemblea di meditatori. La qualità del nostro ascolto era cambiata e ancor oggi, sebbene egli non sia più nel corpo, quando arrivano persone nuove, avvertono subito quell’atmosfera insolita, riconoscendone il valore e inserendosi con la stessa facilità con cui ci si infila un guanto di seta.” Rispondendo a un suo discepolo che gli ha inviato un’accorata lettera di scuse per l’episodio della sera prima, Osho chiarisce che non si tratta di scusarsi – non è che si fosse offeso per qualche mancanza di rispetto – e continua: “Volevo farvi sapere che sebbene non sia un maestro zen vecchio stile, anch’io posso colpire, a modo mio, e in maniera più sofisticata. Anch’io colpisco i vostri attaccamenti, il vostro ego; distruggo il vostro darmi per scontato, perché un giorno all’improvviso me ne andrò, proprio come se ne andrà questo temporale, e prima di andarmene mi piacerebbe che voi arrivaste a fiorire come delle rose, le più grandi possibili. Quando vi vedo in silenzio, pieni di pace – o anche immersi in una risata che arriva da quel silenzio e da quella pace, ma non da una reazione isterica… ieri ho dovuto andarmene perché qualcuno fra di voi si è comportato in maniera così inconsapevole che c’era davvero bisogno di farglielo notare, questo non è un posto dove potete rimanere inconsapevoli. Tutto lo scopo del vostro essere qui è di diventare più svegli, più consapevoli. Se arriva un temporale, cosa c’è di male. Potevate ascoltarne la musica – godere del suono delle foglie che cadono. Potevate imparare qualcosa di importante. Ma invece di imparare alcuni, pochi, fra voi si sono comportati in maniera molto stupida. Ho dovuto colpirvi, forte, sapendo che questo avrebbe provocato lacrime… Il ridere è meraviglioso quando nasce dalla comprensione, dall’innocenza. Quando nasce dall’isterismo è stupido, poco salutare. Ma se vedo che sto parlando e voi cominciate a ridere senza ragione, quando non c’entra niente, questo vuol dire che o sono io nel posto sbagliato o siete voi nel posto sbagliato. Se l’incidente di ieri vi ha reso più consapevoli, vi ha fatto comprendere qualcosa, allora è stata una benedizione, pur senza sembrarlo al momento. Ho usato la risata come uno stratagemma per svegliarvi. Mai nessuno nell’intera storia dell’umanità lo aveva mai fatto. Sto utilizzando il ridere come una meditazione perché niente vi rende così totali come una risata, niente vi fa smettere di pensare così tanto come ridere. Per un attimo non siete più una mente. Per un attimo non siete più nel tempo. Per un attimo siete entrati in un altro spazio, dove siete totali, e interi… guariti.”

E sul riso, e sulle lacrime, Osho crea appunto la Mystic Rose, una delle tecniche di meditazione più moderne e rivoluzionarie, paragonabile in potenza e originalità alla Meditazione Dinamica. La struttura di questo processo è molto semplice: tre ore di risata al giorno per la prima settimana, tre ore di pianto al giorno per la seconda settimana, e alla fine una settimana dedicata – sempre per tre ore al giorno – alla silenziosa osservazione di se stessi. Il fatto di essere in gruppo crea una struttura di energia collettiva che rende facile, in maniera quasi magica, trovare questi stati d’animo dentro di sé. Eccone la spiegazione nelle parole di Osho: “La prima parte sarà Yaa-Hu! – per tre ore – e le persone rideranno, senza una precisa ragione. Ogni volta che si accorgeranno che la loro risata sta svanendo, basterà gridare Yaa-Hu! – e comincerà di nuovo. Scavando in continuazione per tre ore rimarrete sorpresi di quanti strati di polvere si sono accumulati sul vostro essere. Questo processo ve ne sbarazzerà in un solo colpo. Sette giorni, di continuo, tre ore al giorno… e la trasformazione a cui andrete incontro sarà inimmaginabile. Questa prima parte rimuove tutto ciò che vi impedisce di ridere – tutte le inibizioni del passato, tutta la repressione. Vi porta in un nuovo spazio dentro di voi, ma dovete procedere ancora di qualche passo prima di entrare nella parte più intima del vostro essere, perché avete represso anche così tanta tristezza, così tanta disperazione, così tanta ansia, così tante lacrime – ed è rimasto tutto là a ricoprire e distruggere la vostra bellezza, la vostra grazia, la vostra gioia. Si tende a reprimere il dolore, nessuno lo vuole provare. Non volete star male, e così continuate a reprimerlo, a evitarlo, a guardare da qualche altra parte. Ma il dolore rimane. E vita dopo vita continua ad accumularsi in voi stessi: diventa quasi una dura corazza di dolore inespresso. Ecco perché quando vi viene detto di andare dentro di voi non lo fate. La ragione è perché sapete che andando dentro incontrerete il dolore, miserie, sofferenze e agonia. È meglio rimanere in superficie – sempre occupati, indaffarati. Non rimanete mai da soli, perché questa solitudine potrebbe portarvi ad andare dentro. Da soli, senza aver nulla da fare può succedere che si cominci a guardare dentro di sé… e se ti guardi dentro troverai tutt’e due le cose, il riso e il pianto. Quando qualcuno vuole andare all’interno di se stesso troverà prima uno strato di risate e poi uno strato di dolore, di lacrime. E così per sette giorni dovrai permettere a te stesso di piangere, lamentarti – senza alcuna ragione – le tue lacrime sono semplicemente lì, pronte per essere versate. Questa è assolutamente la mia meditazione. È questa la mia esperienza in molte meditazioni, che quello che bisogna fare è infrangere questi due strati dentro di voi. La vostra risata è stata repressa a lungo: vi hanno detto di non ridere, di essere seri. Non vi è permesso di ridere in chiesa o a scuola. E così il primo strato è di risate, ma quando queste risate saranno finite vi troverete pieni di lacrime, di dolore. Ma anche quello sarà un fenomeno veramente liberatorio. Vi libererete di vite e vite di sofferenza e dolore. Se riuscirete a liberarvi di questi due strati avrete trovato voi stessi. La società ti ha fatto un grave danno reprimendo le tue risate e le tue lacrime. Piangere, lamentarsi, ridere sono cose molto salutari. Ora anche in campo scientifico si sta scoprendo che piangere e ridere aiutano enormemente a mantenersi sani, non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico. Vi sto dando una tecnica davvero fondamentale, nuova, fresca. E senza dubbio si diffonderà in tutto il mondo, perché i suoi effetti sono evidenti, mostrano come si diventa più giovani, pieni d’amore, più armoniosi. Più flessibili, meno fanatici, con più gioia e celebrazione. Questo mondo ha veramente bisogno di pulire il proprio cuore da tutte le inibizioni del passato. Risate e lacrime possono farlo. Le lacrime ti libereranno dall’agonia che è nascosta dentro di te, e le risate ti toglieranno tutto ciò che ti impedisce di essere veramente estatico. Una volta imparata questa arte ti chiederai sorpreso perché fino a ora non ti fosse mai stata insegnata. La ragione è che nessuno ha mai voluto che l’umanità avesse la freschezza di una rosa, la sua fragranza, la sua bellezza. Ecco perché ho chiamato questa serie di discorsi The Mystic Rose.

Dall’Aprile ‘88 Osho inizia la serie di discorsi “Live Zen”; d’ora in poi continuerà a parlare solo sullo Zen: l’unica tradizione che ancora produce fiori di totale consapevolezza, la definisce, che privilegia l’immediatezza – il qui e ora – che usa ogni stratagemma possibile per portare all’esperienza della non mente. I problemi fisici continuano a impedire a Osho di tenere discorsi tutti i giorni. È dopo un’assenza piuttosto prolungata, tre settimane, che egli da la forma definitiva alla meditazione (il let go) che si tiene alla fine del discorso e che è suddivisa in più parti: “La prima parte è gibberish, questa parola deriva dal mistico sufi Jabbar, che non ha mai parlato alcun linguaggio con un senso compiuto, pronunciava solo una serie di parole senza senso. Ma aveva lo stesso migliaia di discepoli perché quello che voleva dire era chiaro: ‘La tua mente non è nient’altro che un’accozzaglia di cose senza senso. Lasciala perdere e potrai avere un assaggio del tuo vero essere’. Per fare gibberish non dire cose che hanno un significato, non usare un linguaggio che conosci. Esprimi semplicemente qualunque cosa ti viene in mente senza preoccuparti se sia o meno razionale, ragionevole… se abbia un qualche significato. Lascia da parte il linguaggio e la mente. Da questo nascerà, nella seconda parte, un grande silenzio – chiudi gli occhi, mantieni il tuo corpo seduto immobile e raccogli tutta la tua energia dentro di te. Rimani qui e ora. Lo Zen non si può comprendere in nessun altra maniera. Nella terza parte ti dirò di lasciarti andare e allora rilassa il corpo e lascialo cadere, senza sforzo, senza controllo da parte della mente. Ogni parte inizierà con Nivedano che dà un colpo di tamburo. Prima che Nivedano dia il via ci sono alcune cose che vi voglio dire… Mi è dispiaciuto molto che non mi sia stato possibile per così tanti giorni essere fisicamente qui con voi, ma sono anche molto contento che non vi siate mai persi la mia presenza. Ero nei vostri cuori. Ero nel vento e nella pioggia. Ero nelle vostre lacrime e nel vostro gibberish. Ero assolutamente presente qui con voi – e quelli che erano consapevoli, presenti, lo sanno bene. Ero assente solo per quelli tra di voi che erano loro stessi assenti, inconsapevoli. Almeno oggi vedete di non andare da nessun’altra parte. Nivedano… dà il primo colpo di tamburo… Questo è l’inizio e la fine della serie ‘Live Zen’. Quello che potevo dire, ve lo ho detto. Quello che non potevo dire, ve l’ho dato.”

Sempre di questo periodo è la creazione del gruppo No Mind: un’ora di gibberish, seguita da un’ora di meditazione in silenzio, tutti i giorni per una settimana. E continua anche così l’accento posto sullo Zen, di cui Osho dice: ‘Zen non è una parola, ma solo l’ombra di un’esperienza. Tu sei la realtà! Tutto il resto è solo un commento, non essenziale”. Ne parla quasi come della summa di tutto il suo lavoro di oltre trent’anni, perché lo Zen – dice – è più vicino alla scienza di qualunque altra tradizione ‘religiosa’, in quanto non richiede alcuna fede. Chiede solo un’intensa, continua ricerca all’interno di sé, un approfondirsi della consapevolezza – un rilassato sedimentarsi di questa consapevolezza così che si possa arrivare alle proprie radici, che sono poi le stesse dell’intera esistenza. Ne parla in quel modo anche perché chi lo ascolta è pronto, pronto per l’esperienza stessa: “Chi è rimasto con me lo ha fatto perché ha cominciato a sentire l’essenza della meditazione, a poco a poco. Ha trovato qualcosa e ora è sicuro che c’è molto di più. Io metto a vostra disposizione questa atmosfera di meditazione. Ogni genere di persone ne può avere qui la sua piccola esperienza. E quella piccola esperienza inizia a crescere, proprio come un seme fa nascere un grande albero, che quasi raggiunge le stelle. Chi era interessato a cose non essenziali è venuto e poi se ne è andato, in questi trent’anni sono passate migliaia e migliaia di persone. É rimasto solo chi è interessato a scavare veramente per questo tesoro nascosto, e ora stiamo arrivando all’esperienza più preziosa, sempre più nel profondo."

Commentando gli aneddoti della tradizione zen, Osho chiariva anche che ciò che era stato tramandato erano solo queste piccole storie – questi dialoghi di cui spesso era difficile capire come potessero portare a una immediata illuminazione – ma dietro di esse c’erano una lunga disciplina di meditazione, di comprensione, anni e anni di lavoro, di vita semplice legata alla quotidianità, di consapevolezza portata in ogni momento della propria vita – di essere il più possibile nel qui e ora. E da qui nasceva la rinnovata enfasi data, in questo nuovo contesto, al lavoro come meditazione, uno strumento per portare la consapevolezza in ogni momento della giornata, per portare le occasioni di totalità e di silenzio interiore anche al di là, al di fuori, dei quotidiani discorsi di Osho e delle tecniche di meditazione. “E Hyakujo fece in modo che nel suo monastero tutti lavorassero. E questo non vuol dire che volesse impedire ai suoi monaci di meditare. Si poteva lavorare nei campi, o facendo legna o trasportando l’acqua dal pozzo. Si poteva fare di tutto, ma la cosa importante era che qualunque attività fosse fatta con consapevolezza, in meditazione. Il lavoro dovrebbe essere una meditazione. E il lavoro così diventa molto più creativo perché non ha una dimensione puramente economica. È un’espressione del tuo stato di meditazione, della tua gioia, del tuo star bene.

…L’idea che non ci sia contraddizione fra lavoro e meditazione, che la meditazione può continuare in qualunque cosa facciate. È quello che vi ripeto ogni giorno, il vostro buddha deve continuare, sotterraneo, in ogni vostra attività.

L’esperienza che accade in meditazione deve essere presente in tutte le attività della tua giornata. Sia che tu stia cucinando o lavorando in un ufficio o in un negozio – qualsiasi tipo di vita tu faccia, la tua meditazione è di rimanere attento, consapevole in ogni cosa che fai. Più vivi così la tua meditazione, più diventa un’esperienza reale, più fa parte dell’esperienza di ogni giorno, meno possibilità ci sono che ti venga portata via dalle vecchie abitudini”.

E così con le meditazioni, con il lavoro (o la partecipazione a gruppi di crescita interiore) e con l’appuntamento serale del discorso in Buddha Hall – con il suo let go alla fine – Osho andava delineando una specie di ‘giornata zen’, in cui la crescente consapevolezza si accompagnava alla quotidianità. Sempre più spesso i problemi di salute, che si stavano aggravando nonostante i trattamenti, gli impedivano di essere presente fisicamente in Buddha Hall, in quel caso veniva presentato un video di qualche discorso precedente.

Dopo la sua partenza dagli Stati Uniti la salute fisica di Osho era andata peggiorando sempre di più. Fin dal ’86, mentre era in Uruguay, aveva già iniziato a manifestare un calo della vista e tremolii all’occhio, con in più la perdita di capelli. Nell’anno seguente forti dolori alla spalla destra, e un’otite che non era stato possibile curare con antibiotici ed era stata risolta solo mediante un intervento chirurgico. Alla fine dell’87 dei campioni completi (sangue urine e capelli) furono mandati per analisi in un laboratorio medico specializzato di Londra e risultò che tutti questi sintomi potevano essere spiegati solo come conseguenza di un avvelenamento da tallio. Col suo solito umorismo Osho aveva fatto inviare i campioni sotto il nome fittizio di David Washington, lo stesso che era stato costretto a usare quando – il 5 e 6 novembre 85 – venne rinchiuso illegalmente nel carcere federale di El Reno (Oklahoma USA), il luogo dove tutti gli indizi indicano sia avvenuto l’avvelenamento.

Per tutto l’88 i problemi si intensificano: i dolori si diffondono a tutto il lato destro del corpo, i disturbi agli occhi lo costringono a portare sempre occhiali da sole, sincopi improvvise, dolori al petto e difficoltà respiratorie. Alla fine di quell’anno durante un discorso tenuto dopo una delle sue assenze sempre più lunghe e frequenti dalla Buddha Hall Osho dice: “Per sette giorni e sette notti ho lottato contro il veleno. Una notte persino Amrito, il mio medico, ha cominciato a dubitare che sarei riuscito a sopravvivere”. Le varie cure e i trattamenti sembravano non avere più alcun effetto, se non temporaneo. Ciononostante, nei periodi in cui le sue condizioni fisiche gli permettevano di presentarsi in Buddha Hall per i discorsi, Osho dimostrava una straordinaria energia. Come racconta una testimone di quei giorni: “Quando tornò a parlarci, nel gennaio 1989, i suoi discorsi a volte duravano quattro ore. Non era mai successo prima e solo ora comprendo ciò che diceva a proposito della fiamma della candela: “Quando la candela arriva alla fine e le rimangono solo alcuni istanti prima di sparire, proprio all’ultimo momento, la fiamma improvvisamente diventa più forte e risplende con tutta la sua luce.”

Osho parla ancora sullo Zen, anche se il commento alle varie storie viene sempre più riportato all’attualità – al qui e ora – sia rispondendo a domande di discepoli, sia prendendo spunto direttamente dagli avvenimenti del giorno. Già nell’ottobre dell’anno precedente durante una visita alla comune del Prof. Coleman Barks, noto studioso di sufismo e traduttore americano di Mevlana Jalaluddin Rumi – il mistico dal quale deriva la tradizione dei dervisci – Osho risponde a una sua domanda facendogli notare come il sufismo dipenda ancora da un ipotetico dio, non si sia ancora liberato da questa ipotesi: viva ancora nell’immaginazione. E continua: “Il sufismo è bellissimo, ma non è la risposta finale, e tu non dovresti fermarti lì. Arriva allo Zen... Tu mi chiedi: "Cosa ha a che fare con la mia illuminazione quell’ardore, quel fuoco di cui parlano i mistici sufi?" Nulla. Tu sei illuminato in questo esatto momento: basta che entri nel silenzio del tuo essere interiore. Trova il centro del tuo essere e avrai trovato il centro dell’intero universo. Alla periferia siamo separati, ma nel centro siamo una cosa sola. È questa che io chiamo l’esperienza del buddha. Fino a quando non diventi un buddha – e ricorda è solo per una carenza di linguaggio che devo dire: ‘Fino a quando non diventi… ‘ Lo sei già! Fino a quando non lo riconosci, fino a quando non ti ricordi di ciò che hai dimenticato…”

Osho risponde anche a un giornalista americano che gli scrive: “Se sei venuto a salvare l’umanità, perché allora parli contro Gesù?” chiarendogli che lui non è qui per salvare nessuno, e che ha parlato contro Gesù proprio perché Gesù prometteva una salvezza che in realtà era solo consolatoria: qualcosa di molto pericoloso, in quanto in questo modo la gente è portata a non prendersi alcuna responsabilità, a pensare che basti credere e si sarà salvati… magari il giorno del giudizio. “Io non voglio salvare nessuno. È una responsabilità vostra, perché dovrei interferire nella vostra vita? …anche se questa interferenza per caso potesse funzionare. Io posso spiegarvi la mia esperienza, posso indicarvi dei percorsi possibili. Ma voi dovrete percorrere da soli la vostra strada, senza alcuna illusione.”

Già in precedenza Osho aveva ripetutamente chiarito di non essere né un leader, né una specie di prete; e di non avere neppure una filosofia o una sorta di dottrina da insegnare: ciò che stava facendo era semplicemente aiutare la sua gente a guardarsi dentro – solo in questo modo era possibile riconoscere la propria reale essenza. E ribadiva: “Il mio compito qui è di portarvi a uno spazio di non-mente. Così che potete agire partendo da questo spazio; in questo modo l’azione è diretta: considera semplicemente la situazione che avete di fronte. Immediatamente sorge dentro di voi la risposta giusta a questa situazione, e voi agite. Non si tratta di moralità o di coscienza religiosa: si tratta solo di una risposta immediata alla situazione. E una risposta diretta nasce solo da uno spazio di meditazione. Io sciocco di proposito la vostra mente, continuo a trovare nuove maniere per farlo… non risparmierò nessuno!”

Un esempio pratico, e anche umoristico, di questo talento per scioccare la sua gente, per spingerla al di là di ogni attaccamento – prendendosi contemporaneamente gioco di ogni proiezione e investimento di tipo religioso che si potesse fare sulla sua persona – può essere visto anche nell’episodio dei cambiamenti di nome. Il 26 dicembre del 1988 dichiara di non voler usare più il nome Bhagwan col quale era da lungo tempo conosciuto. “Non rispetto per nulla questa parola. In realtà la condanno, non è per niente bella – anche se a modo mio ho tentata di trasformarla, ma la stupidità degli Indù non lo permette. Ho tentato di dargli un nuovo significato, un nuovo senso, una nuova accezione: ho detto che significa ‘il benedetto”, un uomo il cui essere partecipa in pieno alla beatitudine dell’esistenza, ma questa era una mia invenzione. La parola Bhagwan in sé è molto brutta. Non voglio più essere chiamato Bhagwan, ne ho avuto abbastanza.

E così Osho decide di farsi chiamare Gotama il Buddha, prendendo spunto da una dichiarazione fatta pochi mesi prima da Katue Ishida – una celebre veggente e mistica del più grande e famoso tempio scintoista del Giappone – che aveva affermato, guardando una foto di Osho: “Questo è l’uomo in cui lo spirito del Buddha è disceso!”. E questo è il primo di quattro nuovi nomi. Due giorni dopo Osho cambia il suo nome in Maitreya il Buddha. (Maitreya, e cioè "l’amico" era il nome che Gotama il Buddha aveva preannunciato per quando sarebbe nuovamente ‘tornato'). Il 30 dicembre Osho dichiara che Buddha ha avuto grossi problemi ad adattarsi al ventesimo secolo e così se ne è andato. “E ora devo fare una dichiarazione di un’importanza storica ancora maggiore: che io sono semplicemente me stesso. Potete continuare a chiamarmi il Buddha ma questo non ha niente ha che fare con Gotama o Maitreya. Sono un buddha per conto mio. La parola buddha indica semplicemente colui che si è risvegliato alla realtà. La povera Anando (la sua assistente personale) avrà qualche problema perché adesso dichiaro che il mio nome deve essere Shree Rajneesh Zorba il Buddha.”

In seguito, il 7 gennaio, sceglie ancora un altro nuovo nome Shree Rajneesh. Finalmente il 27 febbraio ‘89 i suoi discepoli scelgono collettivamente di chiamarlo Osho Rajneesh. In seguito diventerà semplicemente Osho: un appellativo di rispetto utilizzato talvolta nella tradizione Zen per rivolgersi al maestro, il cui uso si fa risalire a Eka, discepolo dello stesso Bodhidharma. Osho stesso aveva già spiegato questo termine commentando alcune storie zen, e gli piaceva soprattutto associarlo al termine "oceanic experience" (Osho e oceanic hanno in inglese un suono molto simile) coniato dal noto psicologo americano William James.

“William James ha dato al mondo questa parola ‘oceanic'. L’oceano c’è sempre stato, ma talvolta un uomo col dono dell’intuizione può vederne nuovi significati. È la prima persona a usare il termine oceanico nel senso di ampio vasto, infinito, eterno, immortale. L’oceano è sempre lì… continuano a formarsi onde dopo onde. Proprio come nell’oceano normale questo succede anche nell’oceano della consapevolezza: onda dopo onda, una gioia infinita, albe senza fine, una continua celebrazione…”

Questo episodio finale della lunga saga dei cambiamenti di nome avveniva mentre Osho teneva quella che sarebbe diventata l’ultima serie dei suoi discorsi: “Il Manifesto dello Zen” su un tema molto significativo “libertà da se stessi". Il 10 aprile Osho pronuncia il suo ultimo discorso in pubblico che è ricordato come “Sammasati”, la stessa ultima parola pronunciata da Gotama il Buddha. Sammasati, il giusto ricordo della tradizione buddhista: ricordati che sei un buddha.

La salute non gli permetteva più di tenere lunghi discorsi, ma vedeva di fare in modo, se possibile, di andare di sera in Buddha Hall per l’inizio della meditazione della White Robe. “In agosto, sul finire del monsone, nell’ashram iniziò un periodo di grande celebrazione, con Osho che veniva a sedersi con noi in silenzio in Buddha Hall. Sembrava stessimo entrando in una nuova fase con lui, e la gioia di vederlo ancora non venne diminuita dal messaggio che mandò a tutti tramite Anando. Il suo messaggio era: “Pochi hanno capito le mie parole.” Usava la poca energia rimastagli per incontrare la sua gente ogni sera. Sul podio si muoveva molto lentamente e non poteva più danzare con noi. Mi chiedeva: “Rimpiangono la mia danza?” Una volta gli risposi: “Non possiamo essere sempre dipendenti da te per celebrare, dobbiamo trovare in noi stessi la sorgente della celebrazione.” Quando lo dissi, mi sentii strana, perché suonava freddo, ma era vero. Lui godeva nel vederci felici e in celebrazione, era molto soddisfatto del silenzio che stava crescendo nelle nostre meditazioni e diverse volte disse che tutti incominciavano veramente a capire. “Il silenzio sta diventando molto compatto, si può quasi toccare.”

Pur diventando sempre più fragile continuava a interessarsi della vita quotidiana della Comune, mandando spesso messaggi e indicazioni attraverso la sua assistente personale, Anando, come quello ai terapisti per invitarli a spiegare ai partecipanti nei gruppi l’importanza del lavoro: “Se vuoi veramente meditare e andare in profondità dentro te stesso sono necessarie almeno sei ore di lavoro giornaliero – questo fa parte dell’intero processo di trasformazione della tua energia”.

“Lavoro e rilassamento non sono contraddittori. Di fatto più ti immergi nel lavoro, più riesci a raggiungere un profondo rilassamento. Così entrambi hanno la loro importanza: più lavori duro più profondamente puoi rilassarti. Il lavoro è parte necessaria della vostra trasformazione. I gruppi ti puliscono la mente, ma senza il lavoro la mente continuerà di nuovo ad accumulare immondizia. La meditazione ti porta al di là della mente, ma inizia a tagliare le radici nel sistema corpo-mente, e io vi voglio interi, integri. Le terapie vi puliscono da tutta l’immondizia accumulata nei secoli, e poi voi stessi dovrete fare in modo che il corpo sia ben ancorato nella quotidianità, e finalmente la meditazione può crescere, come fiori su un albero… alto fino al cielo”.

Continuava anche ad esporre ai suoi collaboratori sempre nuovi progetti per l’espansione della Comune, come il complesso delle piramidi e il Club Meditation – con piscina e campi da tennis – che non fece in tempo a vedere completati. O come la nuova Buddha Hall e il Dharamsala per l’accoglienza dei visitatori la cui costruzione sarebbe iniziata solo dopo anni e anni. Il corpo diventava sempre più debole e i dolori si facevano sempre più forti, Anche il polso si affievoliva e iniziava a essere irregolare… Poco dopo aver detto ad Amrito – il suo medico personale che gli proponeva un intervento di rianimazione – “No, lasciatemi andare, l’esistenza decide i suoi tempi.”

Osho, il 19 gennaio 1990, lascia il corpo.

 

  ~ § ~


Amrito e Jayesh erano con Osho quando lasciò il corpo. Amrito racconta: «Come tutti sapete, in questi ultimi giorni il corpo di Osho si è notevolmente indebolito. Nel corso della notte (del 18 gennaio) è diventato sempre più debole. Ogni movimento gli causava una grandissima sofferenza. Ieri mattina ho notato che anche il suo polso era debole e leggermente irregolare. Gli ho detto che pensavo stesse per morire. Lui ha annuito. Gli ho chiesto se potevo chiamare il cardiologo e preparare un intervento di rianimazione. Lui ha risposto: “No, lasciatemi andare, l’esistenza decide i suoi tempi.”

Mentre lo stavo sorreggendo verso il bagno mi ha sussurrato: “Qui dentro mettete la moquette su tutto il pavimento, identica a questo tappetino.” Poi ha voluto andare alla sua poltrona. Si è seduto e ha incominciato a dare disposizioni per le poche cose che ha nella sua stanza. “A chi posso dare questo?” ha detto, indicando il piccolo stereo. “È un apparecchio stereofonico. Piacerà a Nirupa?”, ha chiesto. Nirupa aveva pulito la sua stanza per anni.

Poi ha esaminato con cura tutta la stanza e ha lasciato indicazioni per ogni oggetto. “Quelli li dovete togliere,” ha detto, riferendosi ai deumidificatori, che di recente gli erano sembrati troppo rumorosi, “e assicuratevi che ci sia un condizionatore d’aria sempre in funzione.”

Era incredibile: con molta semplicità, in modo molto pratico e dettagliato, si è preso cura di ogni cosa. Era talmente rilassato che sembrava stesse partendo per il fine settimana.

Poi si è seduto sul letto, e io gli ho chiesto cosa dovevamo fare per il suo samadhi. “Mettete le mie ceneri in Chuang Tzu, sotto il letto. Così la gente potrà andare là a meditare.”

“E riguardo a questa stanza?” gli ho chiesto.

“Andrebbe bene per il samadhi?” mi ha chiesto lui.

“No,” ho risposto, “Chuang Tzu andrà benissimo.” E ho aggiunto che ci sarebbe piaciuto tenere la sua camera così com’è.

“Allora abbellitela,” ha esclamato. Poi ha aggiunto che gli sarebbe piaciuto fosse rifatta in marmo.

“E per la celebrazione?” ho chiesto.

“Portatemi semplicemente in Buddha Hall per dieci minuti, poi portatemi alla pira funeraria per la cremazione… e mettetemi le calze e il cappello, prima di portare fuori il corpo.”

Gli ho chiesto cosa avrei dovuto dire a tutti voi.

Mi ha risposto di dirvi che da quando è stato nella cella di Charlotte, nella Carolina del Nord, in America, il suo corpo si è progressivamente deteriorato. Ha aggiunto che nel carcere in Oklahoma è stato avvelenato col tallio ed esposto a radiazioni, cosa di cui siamo venuti a conoscenza solo in seguito, dopo aver consultato degli esperti. Ha detto di essere stato avvelenato in modo tale da non lasciare tracce. “Questo corpo martoriato è l’opera dei fondamentalisti cristiani e del governo degli Stati Uniti.” Poi ha concluso dicendo che si era tenuto per sé il dolore ma che “vivere in questo corpo era diventato un inferno.”

Poi si è sdraiato di nuovo per riposare. Allora sono andato da Jayesh per dirgli che Osho stava chiaramente per lasciare il corpo. Quando Osho mi ha richiamato, gli ho annunciato che c’era anche Jayesh e lui ha detto di farlo entrare. Ci siamo seduti sul letto e Osho ha pronunciato le sue ultime parole.

“Non parlate mai di me al passato. La mia presenza qui sarà molto più intensa, senza il peso di questo corpo martoriato. Ricordate alla mia gente che mi sentiranno molto di più: se ne accorgeranno subito.”

A un certo punto, mentre tenevo la sua mano tra le mie, ho incominciato a piangere. Mi ha guardato quasi con severità: “No, non è così che si fa.” Ho smesso immediatamente e lui mi ha sorriso con dolcezza.

Osho ha poi parlato a Jayesh di come vuole che si espanda il suo lavoro. Ha preannunciato che dal momento in cui avesse lasciato il corpo, sarebbe arrivata molta più gente; molte più persone avrebbero dimostrato interesse e il suo lavoro si sarebbe espanso incredibilmente, oltre ogni nostra immaginazione. Per lui era chiaro che non dover sopportare il peso del suo corpo, avrebbe aiutato il suo lavoro a fiorire.

Poi ha detto: “VI LASCIO IL MIO SOGNO.”

Infine ha sussurrato qualcosa, parlava così sottovoce che Jayesh ha dovuto avvicinare l’orecchio alla sua bocca e ha detto: “E ricorda, Anando è la mia messaggera.” Poi, dopo una pausa, ha aggiunto: “No, Anando sarà la mia medium.”

A quel punto Jayesh si è fatto da parte e Osho si è rivolto a me: “Medium è la parola giusta?” Poiché non avevo sentito le parole precedenti, non ho capito. “Meeting?” ho chiesto.

“No,” ha risposto, “medium, per Anando, lei sarà la mia medium.”

Si è ridisteso tranquillamente e noi siamo rimasti seduti accanto a lui, mentre io gli sentivo il polso.

Lentamente lo sentivo svanire. Quando era ormai impercettibile, gli ho detto: “Osho, penso che ci siamo.” Ha fatto dolcemente cenno di sì con il capo e ha chiuso gli occhi per l’ultima volta.»

Appunti biografici,

di Swami Anand Videha